14/05/2010, 00.00
LIBANO – TERRA SANTA
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Mons. Sabbah: il “martirio” dei cristiani, schiacciati dal confronto fra Occidente e Oriente

di Fady Noun
In vista del Sinodo dei Vescovi del Medioriente, il Patriarca emerito di Gerusalemme parla dell’avvenire dei cristiani nella regione. Egli esorta i fedeli a non “fuggire la storia”. I problemi dei cristiani risalgono alla Prima guerra mondiale e al confronto scontro fra occidente e oriente. Mons. Sabbah chiede al mondo musulmano un passo concreto nella direzione del dialogo e della convivenza.
Beirut (AsiaNews) – Santità e martirio: sono queste le due parole più toccanti espresse dal patriarca emerito dei Latini, Michel Sabbah, all’apertura del mese dell’Oriente cristiano, all’università di Saint Joseph. In buona sostanza, egli ha affermato che ciò di cui hanno bisogno le Chiese del Medioriente, per restare in questa parte di mondo, sono i santi e i martiri. Andando oltre i discorsi vaghi che ascoltiamo tutte le volte che si solleva la questione della presenza cristiana - le lamentele per la crescita dell’estremismo islamico e il calo demografico dei cristiani, sia a causa dell’emigrazione, sia per il basso tasso di natalità - l’anziano patriarca latino di Gerusalemme ha saputo cogliere l’essenza del problema.
 
Per restare in Oriente, i cristiani devono aspirare alla santità ed essere pronti, in caso di bisogno, a patire il martirio, “dopo aver fatto tutto quello che è umanamente possibile” per difendersi, mediante tutti i mezzi legittimi a disposizione. Questo è quanto egli ha affermato, in modo coraggioso, in occasione di una conferenza a Beirut su “L’avvenire dei cristiani d’Oriente”. Una conferenza incentrata sul tema scelto per l’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi, in programma nel prossimo mese di ottobre in Vaticano – “La Chiesa del Medioriente, comunione e testimonianza” – di cui il Patriarca sarà una delle personalità di primo piano.
 
Dopo aver messo in campo tutto quanto è possibile per difendersi, nel caso in cui le minacce continuino a gravare sulla comunità, il Cristiano accetti di seguire il percorso tracciato dalla storia. “Fuggire la storia, è fuggire la volontà di Dio. La storia è il luogo del nostro incontro con Dio” ha aggiunto il patriarca, che ha sollevato un brusio tra i partecipanti appartenenti alla comunità irakena, uno dei quali si è espresso a nome dei cristiani di Mosul. Tuttavia, queste sono le parole del Primo patriarca di Gerusalemme di origine palestinese, di un uomo scelto da Giovanni Paolo II, che ha adempiuto ai doveri di patriarca per 20 anni (dal 1988 al 2008), al prezzo di enormi sofferenze, amarezze e sforzi.
 
“Il futuro dei cristiani nella nostra regione è condizionato da fattori interni, politici e sociali nei quali la religione esercita una propria influenza” ha affermato mons. Sabbah, tornando a temi meglio noti, “ma anche per un elemento esterno potente, rappresentato dalla politica internazionale, la quale non tiene in alcun conto i cristiani nei progetti elaborati per la regione”. Questa è senza dubbio la ragione per cui mons. Sabbah invita tutti noi, arabi e cristiani, a essere protagonisti della nostra storia, a liberarci “del concetto di ‘salvatore’ che viene dall’estero”.
 
In merito ai “fattori interni”, alla presenza sociologica dei cristiani nel nostro Medioriente, in pratica è stato detto tutto: queste comunità portano dentro di sé tutti i segni che i secoli hanno inciso sul loro volto originario. Esse devono ritrovare lo smalto della giovinezza perduta, rinnovare il loro cuore, riscoprire una parte della loro conoscenza, dimenticandone al contempo un’altra.
 
Perché tra la Chiesa e la comunità sociale si è creata una linea di divisione di natura spirituale. La comunità agisce “secondo la carne” e noi sappiamo bene ciò che essa produce: la sete per il potere porta altra sete di potere; la discriminazione, un’altra discriminazione, il fanatismo altro fanatismo. Anche proclamare il Vangelo può dare vita a un nuovo fanatismo, quando esso è rivolto contro una comunità, e non a favore di essa. Il Patriarca sottolinea che “la religione (…) sembra diventare una barriera in più. Essa accumula tutte le capacità di rifiuto e di esclusione dell’altro” quando viene presa in considerazione e trascinata insieme alle altre “nella lotta per il potere”.
 
La “carne” si può manifestare sia sotto un profilo politico, che culturale. I cristiani hanno saputo ricoprire un ruolo di primo piano al tempo della Nahda, nel 19° secolo, ma da allora è passata molta acqua sotto i ponti: civilizzazione cristiana e modernità hanno ormai un conto serio da regolare. L’Occidente che estende la propria egemonia culturale sul mondo non è cristiano; al contrario, in alcuni casi è apertamente anti-cristiano, sia che si tratti di valori di vita o di morale.
 
Il mondo arabo, così come lo conosciamo, è sorto all’indomani della Prima guerra mondiale, spiega il patriarca Sabbah. “In realtà, tutti i nostri Stati sono nati dopo la Prima guerra mondiale. Essi hanno a malapena un centinaio di anni da un punto di vista politico”. Dalla dissoluzione dell’impero ottomano, sono emerse nuove ambizioni e sono divampate nuove violenze, piuttosto che nuovi elementi di libertà. Così va la storia, perché la caduta di un impero porta con sé la promessa di libertà per certi popoli, ma diventa foriera di sventura per altri, come ben sanno gli Armeni e le altre minoranze cristiane dell’area turcofona. Questa è la ragione per la quale taluni non credono a una filosofia della storia, o ancora a una “ragione” storica, ma a un flusso caotico in cui la parola “progresso” va sfumata mille volte prima di essere pronunciata; messa al bando mille volte, e pronunciata una volta sola.
 
Il mondo arabo nasce dunque da un impero fatto a pezzi, raggirato dai suoi nuovi padroni che si presentano sotto mentite spoglie di protettori, incatenato a tensioni, truffato dai propri determinismi che vanno progressivamente a ostruire l’aspirazione alla libertà. Tutto questo per dire che la questione delle Chiese d’oriente, che emerge oggi, risale proprio alla Prima guerra mondiale: il futuro della Chiesa in uno spazio stretto fra l’islamismo e il confronto con l’Occidente, un Occidente che perde ogni giorno di più il contatto con le sue radici cristiane, ma che è percepito dagli spiriti “orientali” secondo gli schemi di pensiero ereditati dalle Crociate.
 
“Parlare dell’avvenire dei Cristiani – afferma mons. Sabbah – è parlare di tutto questo. Non si tratta solo della crescita dell’Islam (…) è (anche) il confronto fra Occidente e Oriente, un confronto prima di tutto politico, ma che influisce in tutti i settori e lascia tutti noi, cristiani e musulmani, vittime di questa o quell’altra visione o avventura politica”, come pure da quel “fattore di destabilizzazione permanente” che è il conflitto arabo-israeliano.
 
Al Sinodo parteciperà anche la Chiesa iraniana, precisa il Patriarca, con la stessa importanza riservata alle sorelle del mondo Arabo. E mons. Sabbah aggiunge: “la sopravvivenza e la crescita dei cristiani del Medioriente arabo è anche una questione araba e musulmana (…) L’emigrazione dei cristiani necessita una risposta dello Stato in quanto tale, e un’azione di tutta la società che esprima in modo chiaro la sua capacità di accoglienza, ispirando tranquillità e stabilità”.
 
L’Arabo cristiano attende ancora oggi da parte dell’Arabo musulmano questo passo verso l’altro. Questa attesa non è uguale in tutti i Paesi, ma è sempre là, latente, urgente. Mons. Sabbah non ha timore di biasimare il “dialogo” e le rassicurazioni pubbliche secondo cui “tutto va bene” … “perché non si tratta di questioni di potere”. “Il punto non è: Chi domina chi?” conclude il Patriarca, ma “siamo capaci di garantire l’uguaglianza?”.
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