27/07/2017, 13.50
PAKISTAN
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Multan, una ragazza stuprata per vendetta. Giustizia e pace: la piaga delle donne

di Shafique Khokhar

Lo stupro della 16enne doveva lavare le colpe di suo fratello, che ha violentato una bambina di 12 anni. La polizia di Multan ha arrestato 20 persone coinvolte. Le violenze “frutto di una mentalità feudale”. La popolazione “non ha fiducia nelle istituzioni e si rivolge ai consigli di villaggio illegali”.

Lahore (AsiaNews) – La polizia pakistana ha arrestato 20 persone coinvolte nello stupro di una ragazza di 16 anni, punita per “vendetta” contro la condotta del fratello, che aveva stuprato a sua volta una bambina di 12 anni. L’arresto è avvenuto nel distretto di Multan (Punjab), dove lo stupro è stato ordinato dal panchayat locale, il consiglio del villaggio. La violenza sessuale nei confronti della giovane, perpetrata di fronte agli occhi di entrambe le famiglie, doveva “lavare le colpe” del fratello maschio. Ad AsiaNews Ata-ur-Rehman Saman, coordinatore della Commissione nazionale di giustizia e pace della Conferenza episcopale pakistana, condanna l’episodio e parla di “piaga delle donne, dovuta al disinteresse del governo che non vuole affrontare il problema della violenza femminile”.

Secondo Hamza Arshad, noto educatore di fede islamica, l’incidente è frutto “della mentalità feudale presente su tutto il territorio del Pakistan. Molte aree sono lontane dal cammino della civilizzazione. Questa cultura è radicata nella profonda ignoranza, in comportamenti bestiali di vendetta che si intrecciano a personalità feroci”. L’elemento ancora più agghiacciante, continua, è “che la ragazza deve sopportare il peso di questo atto, quando il carnefice è stato un maschio. Tutto questo si fonda su idee misogine, sadismo e sulla natura incontrollata e feriale dell’uomo. Non esiste uno Stato di diritto. Il nostro sistema di giustizia ha fallito nel dare protezione al povero e al debole”.

I panchayat, o “jirga”, sono dei consigli composti dagli anziani del villaggio. I suoi provvedimenti sono illegali, ma per tradizione le comunità rurali si affidano alle loro decisioni per risolvere le dispute. Zafar Iqbal, attivista cristiano, ritiene che la loro autorità “riflette la sfiducia della gente nei confronti del governo e delle istituzioni che devono far rispettare la legge. La maggior parte della popolazione crede che queste istituzioni non riescano a proteggere i propri diritti e perciò scelgono vie illegali per ottenere giustizia”. Il ricorso alla pratica dell’occhio per occhio, ammette, deriva dalle “lacune del sistema giuridico. Ci sono molti esempi di ragazze violentate che non riescono ad avere giustizia e alla fine scelgono il suicidio”. Per evitare una fine tanto tragica, suggerisce, “il governo dovrebbe migliorare il sistema giudiziario e investigativo. Da parte nostra invece dovremmo denunciare i tabù sociali e religiosi che incoraggiano i tribunali di villaggio”.

Samson Salamat, presidente del Rwadari Tehreek [Movimento per la tolleranza, ndr], lamenta la presenza di “un sistema di giustizia parallelo che è sempre dannoso e discrimina le donne e le ragazze”. Poi denuncia “la negligenza del governo, che è sempre impegnato in altre questioni e non pone l’attenzione sui diritti umani e sugli abusi perpetrati ogni giorno”. Dello stesso parere anche Ata-ur-Rehman Saman, che conclude: “Quando il Pakistan ha voluto diventare una potenza nucleare, ha fatto di tutto per arrivare all’obiettivo. Non sappiamo quanto tempo dovrà passare prima che decida di ascoltare le nostre necessità”.

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