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  • » 30/04/2013, 00.00

    MYANMAR

    Nazionalismo religioso e l’ombra dell’esercito nelle violenze interconfessionali birmane

    Francis Khoo Thwe

    Un movimento di monaci alimenta la campagna “969”, che invita a boicottare attività commerciali musulmane e colpire la minoranza. Leader del gruppo il “Bin Laden” del Myanmar. Dietro le quinte le mosse della ex giunta militare, che intende minare le riforme democratiche dell’attuale governo.

    Yangon (AsiaNews) - Un movimento di monaci birmani sta alimentando le tensioni fra buddisti e musulmani in Myanmar, teatro negli ultimi mesi di violenze che hanno causato decine di morti e migliaia di sfollati in diverse zone del Paese. Fra i principali artefici di questa fronda anti-islamica (che invita a boicottare negozi e attività dei seguaci di Maometto) vi sarebbe il celebre monaco Wirathu, che a dispetto del suo definirsi "uomo di pace" è conosciuto col soprannome di "Bin Laden birmano". Tanto che nelle ultime settimane pare proprio lui, il monaco dalla veste "zafferano", un colore che in passato ha richiamato la lotta contro la dittatura militare repressa nel sangue dalla giunta al potere, il cosiddetto "leader spirituale" della campagna di odio etnico-confessionale.

    Egli è divenuto il volto noto della violenta campagna contro i musulmani, giustificata da un feroce nazionalismo religioso e il cui messaggio è "buddisti uniti contro la minaccia islamica". La presenza di monaci fornirebbe anche una copertura "ideologica" al conflitto, che ha raggiunto livelli allarmanti nello Stato di Rakhine contro la minoranza Rohingya. E rischia inoltre di mettere a repentaglio la "fragile democrazia" che sta prendendo corpo in Myanmar, alimentando i sospetti che dietro questo gruppo di religiosi vi possa essere la lunga mano della (ex) dittatura militare.

    Dietro l'immagine pubblica di Wirathu, vi è un movimento in continua crescita a sostegno della campagna "969", in cui le tre cifre rappresentano le virtù del Buddha, i suoi insegnamenti e la comunità dei monaci. Adesivi e volantini con impresso il numero compaiono con sempre maggior frequenza su negozi, taxi, autobus e mercati. Un commerciante musulmano di Yangon riferisce che, in seguito all'ondata di violenze anti-islamica, il suo giro di affari è "crollato del 75%" perché i buddisti non frequentano più il suo negozio.

    E a poco sono valsi, sinora, gli appelli alla calma della comunità internazionale e l'invito a mettere fine alle violenze, lanciato anche dall'arcivescovo di Yangon mons. Charles Bo,  che in un recente messaggio ha richiamato i "valori centrali" di "amore e compassione" presenti "nel buddismo, nell'islam e nel cristianesimo".

    Esperti di politica birmana interpellati da AsiaNews spiegano che queste tensioni confessionali derivano da "un mix di fattori". Alla "dimensione economica" secondo la quale "i musulmani hanno successo negli affari" si unisce e sovrappone "un sentimento nazionalista" insito nei birmani. Non è difficile scovare - anche nel recente passato - conferme di una "forte militanza" in chiave patriottica fra i monaci, sulla falsariga di quanto avviene in Sri Lanka. A ciò si unisce una forte "campagna anti-islamica", alimentata soprattutto "ai tempi della dittatura del generale Ne Win". Non è affatto escluso, conclude una fonte, che "vi siano anche elementi della ex giunta militare che stanno orchestrando le attuali violenze e tensioni, per portare instabilità e mettere in pericolo le riforme politiche". 

     

     

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