02/11/2012, 00.00
VATICANO
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Nostra Aetate: lo sguardo nuovo della Chiesa sulle altre religioni

di Amina Makhlouf
La dichiarazione conciliare , è a giudizio di Benedetto XVI il secondo documento, insieme alla Dignitatis Humanae, rivelatosi importante per l'incontro della Chiesa con l'età moderna. Pur dovendosi riconoscere che la storia ha posto nuove sfide, essa ha creato un rapporto completamente diverso tra ebraismo e cristianesimo ed è ancora oggi la base per un approccio positivo con il mondo islamico.

Roma (AsiaNews) - Nell'aula conciliare, osservatore e ospite, il religioso buddista Nikkiyo Niwano, contemplava impressionato lo splendore della cerimonia di apertura della quarta sessione di lavori: "Lo spettacolo di questa solenne messa - ricorderà poi - mi si rappresentava come la scena in cui una moltitudine di esseri venuti da ogni parte erano, con fiato sospeso, in attesa di ascoltare le parole del Buddha". La memoria del pensatore giapponese, testimone occasionale, permette di capire quanto necessaria fosse all'interno della Chiesa la riflessione sul rapporto con le altre fedi. Se Niwano esprimeva l'ammirazione per l'atteggiamento dialogante e rispettoso di Paolo VI, non meno manifestava stupore per il mutamento di posizione all'interno della chiesa nei confronti delle altre religioni, che percepiva in tutta la sua portata storica.

La Nostra Aetate, la dichiarazione conciliare sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, approvata il 28 ottobre 1965, è a giudizio di Benedetto XVI il secondo documento, insieme alla Dignitatis Humanae, rivelatosi importante per l'incontro della Chiesa con l'età moderna. Nato dalla necessità di ristabilire l'amicizia con il popolo ebraico dopo gli orrori della shoah, nella discussione assembleare prese forma diversa, finendo per affrontare anche il rapporto con l'Islam e con le altre grandi religioni.  

Ristabilire una relazione con il mondo ebraico era una priorità: nel 1962, anno di apertura del Concilio, erano trascorsi appena vent'anni dalla terribile persecuzione nazista e l'orrore dell'Olocausto aveva spinto l'opinione pubblica ad intraprendere un processo di autocoscienza sulla drammatica singolarità di quanto era avvenuto.  Anche nella Chiesa affiorava la consapevolezza degli errori che erano stati commessi nei 2000 anni di storia cristiana e delle gravi responsabilità che avevano i credenti nell'esplosione violenta dell'antisemitismo nel cuore d'Europa. "Il primo Concilio che si tiene dopo Auschwitz - scriveva il teologo Yves Congar - non può non dire nulla su queste cose" e il riferimento era chiarmaente "all'insegnamento del disprezzo" che aveva interessato per secoli l'antiebraismo cristiano.

Il desiderio di una dichiarazione sugli ebrei era già nelle intenzioni di Giovanni XXIII, che nel giugno del 1960 dopo un'udienza concessa al pensatore ebreo Jules Isaac, aveva istituito una commissione per i rapporti con l'ebraismo. Dapprima i padri conciliari pensarono ad un capitolo dello schema sull'ecumenismo, ma ben presto prevalse l'idea di un documento a parte, che finì per affrontare anche il rapporto con le altre religioni.

Il mutamento di prospettiva si deve in gran parte ad una questione di equilibri. In particolare furono i vescovi arabi che premettero per inserire anche riferimenti al dialogo con l'Islam. Il problema si allargò quando ci si rendette conto che occorreva riflettere più a fondo sulla portata teologica ed umana di tutte le religioni e sul genere di relazioni che il cristianesimo aveva con queste. La gestazione non fu semplice: le coscienze non erano mature e la "questione ebraica" era ancora un tema sensibile nella comunità ecclesiale. Lo dimostra la storia del primo testo eleborato dal Segretariato per l'unità dei cristiani presieduto dal Card. Bea, De Iudaeis, bocciato dalla commissione centrale preparatoria nel giugno de 1962, perché posizionato con tutta la sua carica dirompente sul piano dei rapporti diplomatici con i Paesi arabi.

Il testo rielaborato approdò in aula nel novembre del 1963, dopo una lungo e provvidenziale asse tra Bea e il pontefice, Giovanni XXIII, entrambi persuasi della gravità e dell'urgenza di una posizione della Chiesa sullo sterminio di 6 milioni di ebrei. Quello che si andava profilando era un rapporto completamente diverso tra ebraismo e cristianesimo rispetto a quella che era stata la tradizione del secondo millennio della Chiesa latina. Si riconosceva la presenza di Israele nel piano della salvezza e la sua importanza nella pedagogia divina, nelle tappe della storia della rivelazione, così come il vincolo unico e imprescindibile tra il popolo del Nuovo Testamento e la stirpe di Abramo. Oltre a deplorare le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo, la Nostra Aetate  pose le basi di una rinnovata amicizia con il popolo ebraico.

Ma il documento nella sua architettura complessiva e finale farà un'operazione anche più ampia. Spiega lo storico Alberto Melloni, "esistono due livelli del discorso: il primo e più importante è quello del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, rapporto costitutivo, essenziale ed organico, per cui non si può pensare il cristianesimo senza l'ebraismo. Ma dall'analisi di questo rapporto nasce anche la chiave interpretativa per verificare le relazioni tra la fede cristiana e le altre religioni." Che siano state frutto di equilibri geopolitici o di opportunismi diplomatici, le brevi dichiarazioni del testo conciliare sul rapporto con le altre fedi risultarono infatti innovative. Entrarono per la prima volta nel vocabolario ecclesiale parole come "dialogo" e "rispetto", ma emersero con drammaticità anche le tensioni teologiche tra il valore da accordarare alle altre religioni e il problema della salvezza.  

Scrive il Papa nella prefazione all'edizione tedesca dei suoi scritti sul Concilio: "In un documento preciso e straordinariamente denso, venne inaugurato un tema la cui importanza all'epoca non era ancora prevedibile. Quale compito esso implichi, quanta fatica occorra ancora compiere per distinguere, chiarire e comprendere, appaiono sempre più evidenti. Nel processo di ricezione attiva è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, cha dal punto di vista storico e teologico hanno un'ampia portata".

Non si può non riconoscere valore profetico alla dichiarazione conciliare ma allo stesso tempo si deve ammettere, con l'attuale pontefice, che la Storia ha presentato nuove sfide e che ciò che a livello embrionale veniva affermato nella Nostra Aetate ha avuto bisogno, nei decenni a seguire, di una profonda riflessione. Le intuizioni di Giovanni Paolo II, l'esperienza di incontro e dialogo di Assisi nel 1986, ma anche i numerosi interventi magisteriali hanno portato la Chiesa a compiere passi avanti nel rileggere in termini nuovi il rapporto tra le religioni a livello mondiale.

Dal riconoscimento, presente nella dichiarazione conciliare, di semi di verità nelle altre religioni e nelle altre fedi si è arrivati a esperienze di dialogo diffuse e persino ad alcuni eccessi teologici e pastorali, cha hanno richiesto correzioni magisteriali rigorose. ( basti pensare alle Domiuns Iesus). Senza dubbio però il cammino fatto dalla Chiesa negli ultimi anni ha imposto con prepotenza il confronto con la modernità all'attenzione di altre fedi. E' il caso dell'Islam: le poche righe dedicate ai seguaci di Maometto attestano che i padri conciliari erano lontani dall'immaginare quanto sarebbe diventato vitale il dialogo con il mondo musulmano dopo l'esplosione del fenomeno islamico in vaste aree del mondo. Eppure i contenuti della Nostra Aetate sono ancora oggi la base per un approccio positivo con il mondo islamico e hanno permesso di suggerire alla galassia musulmana un "metodo" di lavoro e di dialogo con la modernità. Certamente, come giustamente osserva il Papa, manca una lucida analisi dei fondamentalismi e dei pericoli di una visione violenta e intollerante della fede. Ma nel 1965 il mondo in cui erano immersi i padri conciliari era diviso in blocchi, Stati Uniti e Urss si fronteggiavano in un escalation di provocazioni e sfide e le paure erano tutte per un possibile conflitto nucleare. L'11 settembre era ancora lontano e con esso il temibile scontro di civiltà.

 

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