16/11/2007, 00.00
VATICANO-ISRAELE
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Nunzio a Washington, Israele non mantiene le promesse fatte alla Santa Sede

Mons. Sambi, fino al 2005 rappresentante vaticano in Israele, sottolinea lo stallo nelle relazioni bilaterali, dovuto, afferma, al fatto che lo Stato ebraico, dopo 10 anni, non ha dato esecuzione agli impegni in materia economica e fiscale che si era assunto.
Roma (AsiaNews) – “È sotto gli occhi di tutti quale fiducia si possa accordare alle promesse d’Israele!”: con queste parole mons. Pietro Sambi, fino al 2005 nunzio vaticano in Israele descrive la situazione dei rapporti tra Santa Sede e lo Stato ebraico che, egli afferma, non rispetta gli impegni presi nell’Accordo firmato nel 1993.
 
Mons. Sambi, attualmente nunzio a Washington, in una intervista a Terrasanta.net, afferma, tra l’altro che “le relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato d’Israele erano migliori quando non c’erano i rapporti diplomatici”. “La Santa Sede – spiega - ha deciso di stabilire i rapporti diplomatici con Israele come un atto di fiducia, lasciando a promesse impegnative di regolare più tardi gli aspetti concreti della vita delle comunità cattoliche e della Chiesa”.
 
“Il 30 dicembre 1993 – prosegue mons. Sambi - è stato firmato l’ Accordo Fondamentale il quale, oltre a prevedere lo stabilimento dei rapporti diplomatici, comanda anche che vi sia un Accordo Giuridico, firmato nel 1997 e mai entrato in vigore sul territorio israeliano, e un Accordo Economico che deve toccare soprattutto tre argomenti: le proprietà della Chiesa ingiustamente espropriate o sottoposte a ingiusta servitù; i servizi che la Chiesa rende alla popolazione israeliana, sia essa di origine ebraica o palestinese: ad uguale servizio deve corrispondere uguale compenso, come per le istituzioni statali; la questione delle tasse. Per la questione delle tasse, la Santa Sede chiede una cosa semplice e naturale: ciò che è avvenuto durante gli ultimi tre secoli, ciò che Israele ha promesso al momento della sua indipendenza nel 1948, ciò che è sottinteso con la firma dell’Accordo giuridico, ciò che di fatto avviene fino a questo momento in materia di esenzione di tasse per le istituzioni religiose cristiane, sia cristallizzato giuridicamente in un accordo di valore internazionale. Ora, c’è una strana situazione: gli accordi già firmati, quello Fondamentale e quello Giuridico, sono validi internazionalmente, ma non sono validi in Israele, perché la legge israeliana rende obbligatoria l’approvazione della Knesset (il Parlamento, ndr) perché un accordo valido internazionalmente diventi valido sul territorio israeliano. E l’approvazione della Knesset nessuno ha avuto la preoccupazione di chiederla”.
 
“L’Accordo Economico, dopo quasi dieci anni di trattative rese inutili da rinvii degli incontri da parte della delegazione israeliana, da mancanza di poteri della medesima nelle trattative, in una parola per assenza di volontà politica, non è stato ancora firmato. È sotto gli occhi di tutti quale fiducia si possa accordare alle promesse d’Israele! Il problema dei visti per il personale religioso cattolico – dice ancora - era di più facile soluzione quando non esistevano i rapporti diplomatici tra la Santa Sede ed Israele”.
 
Il nunzio negli Usa afferma poi che “la fiducia non si compra al mercato; si consolida con il rispetto degli accordi firmati e con la fedeltà alla parola data. Negli Stati Uniti si fa tutto il possibile perché pressioni siano esercitate nella giusta direzione. Israele ha già troppe difficoltà con troppi Paesi. Sembra insipido volerne creare altre anche con gli amici. Lo stallo attuale nelle trattative pare misterioso non solo alla Santa Sede, al mondo cristiano e a tanti Paesi amici d’Israele, ma anche a molti ebrei, siano essi onorabili cittadini d’Israele o di altri Paesi”.
 
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