21/04/2005, 00.00
CINA
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Operai cinesi in sciopero per formare un sindacato

Le proteste sono indirizzate contro un'azienda giapponese. Il governo scioglie i cortei "per prevenire manifestazioni violente anti-giapponesi".

Fuyong (AsiaNews/Agenzie) – Migliaia di operai stanno scioperando per ottenere migliori condizioni di lavoro e per costituire un sindacato libero.

A Fuyong – nella municipalità di Shenzen (sud della Cina) - da 4 giorni i dipendenti della società giapponese Uniden Electronics Products, che produce telefoni cordless - non lavorano. Chiedono alla dirigenza della fabbrica di migliorare le loro condizioni e di dare agli operai la possibilità – garantita dalla legge – di costituire un sindacato libero. La società li obbliga a turni di lavoro giornaliero di 10 ore e mezza, per un salario di 800 yuan (80 euro) al mese.

Gli scioperanti hanno detto più volte che non riprenderanno il lavoro se l'azienda non accetta le loro richieste. Un dimostrante dice: "Ci sentiamo trattati come schiavi. Abbiamo bisogno di unirci insieme e combattere per i nostri interessi. E' un nostro diritto".

Ieri il governo della municipalità ha mandato la pubblica sicurezza per bloccare un corteo: i dirigenti di zona temono che possa divenire un'altra violenta manifestazione anti-giapponese.

I lavoratori avevano già scioperato in dicembre a causa dei bassi salari e per protestare contro un dirigente nipponico della fabbrica che aveva percosso alcuni dipendenti. In quel periodo gli operai avevano un turno di 11 ore al giorno ed un salario mensile di 480 yuan (48 euro) . Dopo le proteste la società aveva garantito miglioramenti economici, libera attività sindacale e nessuna ritorsione contro gli organizzatori della protesta. Poco dopo, coloro che avevano guidato le proteste sono stati licenziati con vari pretesti.

"Avevano detto che eravamo liberi di formare il sindacato - dice un dipendente -  e non ce l'hanno concesso: avevano detto che i nostri leader erano al sicuro, e dopo poche settimane sono stati cacciati con scuse ridicole. Provino ora  a fermarci ancora". (PB)
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