29/03/2018, 16.27
THAILANDIA
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P. Bolgan: Pasqua tra i tribali nella missione di Fang

di Paolo Fossati

“Il nostro territorio è vasto e impervio, per molti cattolici è difficile raggiungere la città dai rispettivi centri abitati. Perciò, nei giorni seguenti la Pasqua, visiterò ciascuno dei 20 villaggi della missione per celebrare la solennità”.

Fang (AsiaNews) – P. Massimo Bolgan (foto), 50 anni, è un sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) missionario in Thailandia. Dallo scorso 6 gennaio, egli è il parroco di Fang, una cittadina situata nell’estremo nord del Paese, sul confine con il Myanmar. P. Bolgan svolge il proprio servizio tra le tribù appartenenti a diverse minoranze etniche, che vivono in un contesto di povertà ed isolamento, sia sociale che geografico. La missione del Pime ospita due ostelli, uno a Fang e l’altro a Ban Thoet Thai, destinati all’accoglienza di oltre 100 ragazzi appartenenti a famiglie povere per garantire la loro istruzione. La vita pastorale di un sacerdote nel nord del Paese richiede molte energie. Ciò è in parte dovuto al fatto che queste sono regioni remote e difficilmente accessibili. Intervistato da AsiaNews, p. Bolgan racconta i giorni che precedono la Pasqua in una Chiesa di frontiera, animata dalle conversioni dei popoli tribali.

Come vive questi giorni precedenti la Pasqua la piccola comunità cattolica thai?

“Nelle ultime settimane in Thailandia è terminato l'anno scolastico, siamo quindi nel periodo delle vacanze. Di solito, la Pasqua cade durante il Songkran, il capodanno del calendario lunisolare buddhista. È questa una ricorrenza molto sentita dalla popolazione thai, che durante i cinque giorni di festa si riversa nelle strade e dà vita a gioiose battaglie con gavettoni d’acqua, a simboleggiare la purificazione da tutte le cattive azioni dell’anno passato. Tuttavia, l’euforia che avvolge il Paese spesso rende difficile per i cristiani vivere in raccoglimento la Settimana Santa. Quest’anno però la Pasqua si celebrerà alcuni giorni prima e non avremo questo problema”.

Quali iniziative sono state intraprese nella missione del Pime di Fang?

“Con le scuole chiuse, i bambini che ospitiamo durante l’anno nel nostro centro sono tornati a casa. In occasione della Settimana Santa abbiamo perciò pensato di organizzare un campo per i giovani dei villaggi che compongono la nostra missione. Da ieri abbiamo accolto circa 100 ragazzi che frequentano le scuole medie e le attività che abbiamo preparato per loro, come incontri e catechesi, li prepareranno a vivere e capire il senso profondo del Triduo pasquale. Questa è per loro un’opportunità unica di vivere insieme l’esperienza della Pasqua. Quando mi reco in visita pastorale nelle loro comunità, è difficile vederli in chiesa per la messa, frequentata soprattutto da adulti ed anziani. Il campo rappresenta dunque per i giovani anche un’occasione di approfondimento della fede. Diversi dei bambini che hanno aderito all’iniziativa non sono ancora battezzati. Se i genitori non hanno ricevuto il sacramento e i ragazzi non sono maggiorenni, noi sacerdoti non impartiamo loro il battesimo”.

Come è cambiata in questi giorni la vita della missione?

“Grazie alla presenza dei ragazzi che partecipano al campo, in questi giorni la parrocchia di Fang è sempre affollatissima. Di norma, sono circa 40 o 50 le persone che la frequentano. Questo è dovuto alla realtà cittadina, dove è più difficile che il cristianesimo riesca a fare breccia nella forte tradizione buddista che caratterizza la cultura Thai. Tuttavia, trovandosi in una città di frontiera, la piccola comunità trova forza nelle persone che giungono dal Myanmar e si stabiliscono nella zona. Inoltre, i ragazzi che nel tempo hanno frequentato il nostro centro, si dimostrano sempre molto preparati e saldi nella fede”.

Come celebrano la Pasqua i cattolici locali?

“Per quanto riguarda il modo in cui i villaggi celebrano la Pasqua, c’è da dire che Fang è un caso diverso da altre missioni, dove gli insediamenti sono più vicini tra loro ed i sacerdoti possono radunare i fedeli con più facilità. Il nostro territorio è vasto e impervio, per molti cattolici è difficile raggiungere la città dai rispettivi centri abitati. Perciò, nei giorni seguenti la Pasqua, visiterò ciascuno dei 20 villaggi della missione per celebrare la solennità, seppur a distanza di tempo. Dal momento che si tratta di giorni lavorativi, ho chiesto ai fedeli di incontrarci la mattina o la sera”.

Pasqua è tempo di battesimi. Quanti tribali diventeranno cristiani e che tipo di cammino di conversione hanno affrontato?

“Nella prima settimana, visiterò 10 villaggi. In tre di questi, amministrerò il battesimo di decine tra adulti e bambini: 15 nel primo, 20 nel secondo e sei nel terzo. La cerimonia rappresenta un momento importante per tutta la comunità, perché riguarderà i primi gruppi di adulti che diventano cristiani. Qui è tradizione celebrare i battesimi, in particolare degli adulti, in occasione del Sabato santo, al termine di un percorso di preparazione che dura almeno due anni e inizia con la rinuncia alle precedenti credenze. Durante questo periodo, i nostri catechisti si recano nei villaggi per formare i futuri cristiani con frequenza pressoché mensile. È importante per noi verificare che la partecipazione dei catecumeni agli incontri sia assidua. Al termine del cammino, sarà il catechista a stabilire se la persona è pronta o meno a ricevere il battesimo”.

Qual è la tradizione pasquale più diffusa tra i fedeli?

“Durante la Pasqua, i tribali di etnia akhà hanno la tradizione di regalare uova di gallina sode, colorate di rosso. In questo periodo, quando visito i loro villaggi, vedo tanti bambini e donne con le mani macchiate di tintura, ma quando chiedo quale sia l’origine di questa usanza, nessuno è in grado di rispondermi e rimangono tutti stupiti della mia curiosità. La mia supposizione è che questa gente, nativa del Myanmar, sia in passato entrata in contatto con i primi missionari occidentali, che hanno introdotto questo simbolo pasquale. Colgo quindi l’occasione di spiegar loro cosa rappresenta l’uovo per me: l’immagine di una vita che nasce da qualcosa che sembra inanimato”.

Quali sono i fronti missionari e le sfide che attendono i sacerdoti del Pime a Fang?

“In questi giorni, noi missionari del Pime abbiamo portato a termine la nuova edizione di un libro di preghiere in lingua akhà e stiamo cercando di reperire i fondi per la stampa. Riteniamo importante che i tribali possano avere un testo che li aiuti nella preghiera. Nonostante molte difficoltà, come ad esempio l’alto tasso di analfabetismo, stiamo investendo molte delle nostre energie in questo progetto, sostenuti anche dal lavoro dei catechisti, che padroneggiano la lingua. Dobbiamo crederci”.

“Altro ambito in cui ci stiamo impegnando molto è la formazione dei catechisti e dei prayer leaders, persone che aiutano ed insegnano ai fedeli a pregare laddove noi sacerdoti non riusciamo ad arrivare. Anche in questo caso, sono diverse le difficoltà che dobbiamo superare. Anzitutto, la carenza di laici disposti a ricevere l’incarico e dedicare ad esso il proprio tempo. In secondo luogo, è difficile per noi trovare i fondi per pagare le persone interessate ed ovviare alle stesse difficoltà economiche che spingono la gente a trasferirsi nelle grandi città. Nonostante tutto, questo è il nostro sogno e faremo tutto il possibile per realizzarlo”.

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