04/02/2019, 09.41
SIRIA - ITALIA
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P. Ibrahim: La Siria un pallone fra i piedi delle potenze internazionali

di Dario Salvi

Per il sacerdote i cristiani sono “sempre minacciati di scomparire”. Essi vivono “una realtà di sospensione fra cielo e terra, appesi alla croce”. La città porta i segni del conflitto: palazzi danneggiati crollano uccidendo le persone. Una generazione, o più, senza istruzione. Naufragano i tentativi di pace e riconciliazione. 

Bergamo (AsiaNews) - A quasi otto anni dall’inizio del conflitto Aleppo “è una città ferita”, che “deve essere ricostruita da zero” e la Siria “un pallone fra i piedi delle potenze internazionali”, che giocano “a proprio piacimento”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Ibrahim Alsabagh, sacerdote della parrocchia latina di Aleppo, metropoli del nord per anni epicentro del conflitto divampato nel marzo 2011. Nato a Damasco nel 1971, il religioso si è speso in prima persona a favore delle vittime, cristiane e musulmane, di una guerra che ha provocato quasi mezzo milione di morti e oltre sette milioni di sfollati. “Come cristiani - aggiunge - siamo sempre minacciati di scomparire. La comunità vive una realtà di sospensione fra cielo e terra, appesi alla croce”.

Abbiamo incontrato p. Ibrahim la sera del 2 febbraio, a margine di un convegno promosso dai Padri Sacramentini a Bergamo (nel nord Italia). Ecco quanto ci ha raccontato:
P. Ibrahim, per anni Aleppo è stata l’epicentro del conflitto siriano: com’è la situazione oggi?
È una città ferita, con le ali spezzate. Dal punto di vista economico è una realtà distrutta, che deve essere ricostruita quasi da zero. Vi è una sensazione diffusa di tristezza e di amarezza. Quando ci chiedono come va, siamo soliti rispondere che la guerra è appena iniziata, perché adesso le ferite cominciano ad emergere in tutta la loro portata. 

Di quali ferite parla?
Le ferite più profonde riguardano l’essere umano, il cuore e l’anima di tanti bambini cresciuti durante la guerra che mostrano evidenti fragilità psicologiche. Persone con disabilità o paralizzate, altre terrorizzate per le violenze. Se pensiamo ai bambini abbiamo una intera generazione, o forse più, che non ha potuto usufruire del diritto allo studio. Anziani che vivono in condizioni di abbandono, le pensioni valgono poco o nulla. I soldi che percepiscono oggi non coprono nemmeno il 10% in termini di fabbisogno di medicinali. E poi il caro vita: il cibo ha raggiunto prezzi esorbitanti e la moneta locale (lira siriana) è sempre più debole rispetto al dollaro. 

Di recente sono emersi spiragli di pace, poi la situazione è precipitata. Cosa è successo?
Purtroppo è evidente il soffocamento, per tanti versi improvviso, di una prospettiva di pace. Tre mesi fa sembrava ormai prossimo un accordo fra turchi, russi e statunitensi su Idlib [ultima roccaforte jihadista e ribelle anti-Assad]. Tuttavia, a qualche settimana di distanza le potenze regionali e internazionali hanno bloccato tutto. Pure con i curdi abbiamo registrato una situazione analoga, con un tentativo di riconciliazione sostenuto pure da Damasco poi naufragato. Infine il sud, con una possibile intesa con Israele. Oggi questo scenario internazionale favorevole è mutato. 

Che è successo?
Questi cambiamenti sono il frutto di patti presi, stravolti o cancellati dagli stessi Paesi che da anni condizionano l’esito del conflitto. Trovano un accordo, poi lo sconfessano. Una parte si ritira, l’altra attacca e noi spettatori impotenti possiamo solo osservare i risultati. La Siria è un pallone fra i piedi delle potenze internazionali, che giocano a proprio piacimento. 

Che riflessi hanno questi intrecci della politica mondiale sulla vita delle persone?
Passare da uno spiraglio di pace a una nuova, drammatica escalation cambia di molto le prospettive. Ciò significa che i commerci non ripartiranno, le industrie resteranno ferme, la gente senza lavoro, i negozi non daranno utili. Molti giovani mi confessano che da tre mesi non riescono a cavare un minimo di guadagno da attività commerciali, negozi e officine. 

Qual è la situazione della comunità cristiana?
Come cristiani siamo sempre minacciati di scomparire, in Siria come in tutto il Medio oriente. La comunità vive una realtà di sospensione fra cielo e terra, siamo appesi alla croce, nella sofferenza, nell’amarezza. Otto anni fa siamo entrati in un tunnel che, ancora oggi, non sembra avere fine. Ciò detto, seppur fra problemi e sofferenze da cristiani vogliamo restare vicini all’essere umano che vive una condizione di profondo disagio e sofferenza. 

Quali progetti ha avviato la Chiesa per rispondere a bisogni?
Continuiamo a sostenere iniziative avviate da tempo: dai pacchi alimentati all’assistenza sanitaria a migliaia di persone. Al contempo vi sono bisogni enormi nel settore dell’istruzione, dalle elementari agli universitari. Lavoriamo per la ricostruzione, finora la Chiesa ha ripristinato 1300 abitazioni ma è solo una minima parte. Un compito essenziale, considerando che nelle ultime due settimane sono crollati due edifici provocando la morte di decine di persone, anche bambini. Poi vi sono problemi infrastrutturali, come l’elettricità che manca o ha sbalzi enormi. A Damasco una intera famiglia è stata bruciata viva dalla corrente difettosa.

Come vede il futuro, per i cristiani e il Paese?
Difficile dirlo. Nessuna zona può dirsi al sicuro e libera dalla minaccia della guerra. Alcune famiglie cristiane continuano a scappare, siamo ancora di fronte a una emorragia di fedeli. Tuttavia, questo quadro non deve essere fonte di sconforto e disperazione. Non vogliamo fermare chi parte, ma offrire un'alternativa a quanti decidono di restare o scelgono di tornare.

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