06/04/2026, 11.22
ISRAELE - PALESTINA
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Umm al-Khair, dove la musica resiste alla violenza dei coloni

di Alessandra De Poli

Nelle colline a sud di Hebron, nel villaggio palestinese di Umm al-Khair, segnato da attacchi sempre più frequenti dei coloni israeliani, un piccolo progetto musicale chiamato Sotna ("La nostra voce") sta provando a ritagliare uno spazio di normalità. Due attivisti, Amalia Kelter Zeitlin e Kai Jack, hanno avviato un’orchestra per bambini continua a riunirsi ogni settimana nonostante i bombardamenti e le intimidazioni.

Ogni giovedì pomeriggio, nelle colline a sud di Hebron, il rumore delle notizie, delle discussioni politiche e dei missili lanciati dall’Iran viene sovrastato dal suono dei violini e dal ritmo delle percussioni. Nel villaggio di Umm al-Khair, una delle regioni in cui si registrano crescenti episodi di violenza da parte dei coloni israeliani contro la popolazione palestinese, due attivisti hanno dato vita a una piccola scuola di musica, chiamata Sotna, che in arabo significa “la nostra voce”. 

“I bambini”, dice Amalia Kelter Zeitlin, una delle due fondatrici, sorridendo al ricordo, “cantano una canzone quando arriviamo. È stata un’iniziativa tutta loro, ma hanno una canzone che associano a noi, e la cantano al nostro arrivo. È come… il loro inno”.

Amalia ha 30 anni ed è nata e cresciuta a Las Cruces, New Mexico, negli Stati Uniti, in una famiglia ebraica dove la passione per la musica è sempre andata di pari passo con i valori “dell’uguaglianza, della giustizia e dei diritti umani”, spiega ad AsiaNews. “Questi sono sempre stati gli elementi più importanti della mia identità: donna ebrea, amante della musica e della giustizia”, aggiunge. Si è formata come violinista professionista, ottenendo una laurea alla Boston University e un master alla New Mexico State University, e in seguito ha studiato alla Jerusalem Academy of Music and Dance nell’ambito di un periodo all’estero. “È stato vivendo qui a Gerusalemme che ho iniziato a imparare molto di più sulla realtà politica”, dice.

Il suo primo viaggio in Cisgiordania ha cambiato la sua visione del conflitto. “Ero contro gli insediamenti e a favore di una soluzione pacifica, ma non avevo idea di quanto fosse complicata la vita qui”. Su suggerimento di un’amica, ha visitato la parte palestinese della città di Hebron (o al-Khalil in arabo) con una guida turistica locale, ma ciò che ha visto non combaciava con le narrazioni semplificate che aveva sentito intorno a sé. “Ho iniziato a vedere parti della realtà a cui non ero stata esposta prima”, racconta. “Non sapevo niente, per esempio, del massacro compiuto nel 1994 da Baruch Goldstein all’interno della moschea in cui si trovano le tombe dei patriarchi”, ammette. “E un sacco di persone che incontro ancora non ne sanno niente”.

Dopo quella visita, Amalia ha cominciato a frequentare gruppi di giovani che si oppongono all’occupazione, realizzando, tuttavia, che questi gruppi sono estremamente marginali nella società israeliana. Una domanda ha cominciato a perseguitarla: “Come posso usare i miei talenti per le cause in cui credo?”, ricorda di aver chiesto a sé stessa. “Per molte persone si tratta di cose diverse: prima il lavoro e poi l’impegno sociale”. Finché non ha incontrato Kai Jack, classe 1994, contrabbassista e insegnante di musica cresciuto tra Norvegia e Stati Uniti. “Quando sono arrivato a Gerusalemme per studiare all’Accademia musicale otto anni fa non sapevo granché del conflitto, in realtà, ma avevo voglia di imparare. E come norvegese, non ebreo, non musulmano, non cristiano, era facile semplicemente fare amicizia con tutti. E quindi anche ascoltare molte storie. Studiavo a Gerusalemme Ovest, ma insegnavo musica ai bambini a Gerusalemme Est e in Cisgiordania”, spiega. Dopo un po’ ha cominciato a fare attivismo, e in particolare presenza protettiva con Rabbis for Human Rights, una delle tante organizzazioni ebraiche che promuove la pace nei Territori occupati. Kai ha quindi cominciato a passare il tempo libero con alcune famiglie palestinesi nel tentativo di proteggerle dagli attacchi dei coloni e dell’esercito, filmando gli abusi e cercando di ridurre i livelli di violenza. A Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania, gran parte del lavoro consiste nello stazionare sul territorio e saltare in macchina se ci sono attacchi di vario tipo. “La notte, invece, gli attivisti si dividono per dormire nelle case delle diverse comunità più a rischio di attacchi dei coloni”, continua Kai. Mentre nella Valle del Giordano, più a nord, la situazione è diversa: “Le comunità sono molto più piccole. Non sono nemmeno villaggi. Si tratta di una o due famiglie in un punto e poi a cinque minuti di strada ce ne sono altre due o tre. Non ci sono impianti idraulici mentre l’elettricità è prodotta solo da pannelli solari. E quasi tutte le comunità vivono di pastorizia, per cui la nostra attività consiste nell’accompagnare i pastori dalle 6 del mattino. E poi restiamo con loro”.

Dopo un po’ di tempo, un sogno ha cominciato a prendere vita nella testa di Kai: creare un’orchestra giovanile, modellata su realtà già esistenti, come il Jerusalem Youth Chorus, che unisce ebrei e palestinesi di Gerusalemme attraverso il canto. Oppure prendendo ispirazione dal movimento venezuelano de El Sistema, grazie al quale i bambini cresciuti in strada possono entrare a far parte di un’orchestra e in molti casi diventano alcuni dei migliori musicisti classici al mondo, una realtà con cui Kai aveva già collaborato in passato.

Amalia e Kai hanno così iniziato a costruire insieme il progetto di un’orchestra in Cisgiordania. Le cose sono cambiate dopo l’uccisione dell’attivista palestinese Awdah Hathaleen nel villaggio di Umm al-Khair a luglio dello scorso anno da parte di Yinon Levi, che solo a febbraio è stato incriminato per omicidio colposo. “Avevo incontrato Awdah solo una volta”, racconta Amalia. “Però avevamo già iniziato a costruire relazioni con la sua comunità. Non era la prima volta che capitavano episodi violenti, ma per noi è come se fosse accaduto più vicino a casa”. Quel sentimento ha generato una svolta. “Entrambi abbiamo capito che dovevamo mettere molto più impegno in Cisgiordania, e nello specifico a Umm al-Khair. Ci siamo detti: ‘Perché non andiamo in questo villaggio e creiamo un’orchestra lì con questi bambini?’”.

È così che è nata l’iniziativa di Sotna. Non una conferenza o un panel accademico, nessuna grande dichiarazione. Solo una visita settimanale, che presto potrebbero diventare due. E un gruppo di bambini in cerchio che suonano strumenti diversi comprati grazie a donazioni internazionali. Kai e Amalia hanno iniziato con lezioni generali e poi selezionato un gruppo più piccolo di studenti per gli strumenti a corda, che richiedono più pazienza. I bambini di Umm al-Khair ascoltano, giocano, sviluppano l’attenzione e il ritmo. “Le famiglie vorrebbero che venissimo almeno due volte a settimana, e presto, grazie alla rete di volontari che si è creata attorno a noi, forse potremmo essere in grado di offrire più lezioni”, continua Amalia.

Anche dopo lo scoppio della guerra contro l’Iran a fine febbraio le lezioni di Sotna sono continuate, e Kai e Amalia hanno ora lanciato una campagna di raccolta fondi (è possibile donare cliccando su questo link), nonostante in Cisgiordania non ci siano rifugi antiaereo come in Israele. “Quando scattano gli allarmi, abbiamo tre opzioni: ignorarli e non guardare in alto, oppure guardare i missili e goderci lo spettacolo, o pregare Dio”, commenta Amalia. Eppure, i bombardamenti non sono la principale preoccupazione della popolazione palestinese. “La guerra è la copertura perfetta per intensificare gli attacchi dei coloni, che a loro volta spingono sempre più comunità di pastori fuori dalle loro terre”.

Il 13 marzo un colono ha investito Sawar Salem al-Hathaleen, una bambina palestinese di 5 anni, e allieva di Amalia e Kai. Ricevute le cure necessarie, la piccola è tornata con la sua famiglia e si riprenderà, ma l’episodio ha segnato un punto di svolta anche tra gli attivisti, che la sera prima avevano banchettato con le famiglie di Umm al-Khair condividendo il pasto dell’Iftar, la quotidiana rottura del digiuno di Ramadan. “Tre attivisti si erano messi davanti all’auto del colono, cercando di impedirgli di darsi alla fuga. Lui ha chiamato la polizia, sostenendo che gli attivisti stavano danneggiando la sua auto - cosa che non era vera. Sono arrivati gli agenti e, obbedendo ciecamente agli ordini del colono, hanno arrestato gli attivisti. Una di quelle attiviste, che è anche una delle mie più care amiche, è stata espulsa e non potrà tornare in Israele per 10 anni, anche se è ebrea”, racconta ancora Amalia.

Le violenze dei coloni in Cisgiordania sono ancora più fuori controllo da quando è iniziata la guerra in Iran: a inizio marzo, nel villaggio di Qaryut, vicino Nablus, sono stati uccisi i fratelli Mohammed e Fahim Moammar. Tra il 7 e l’8 marzo nel villaggio di Khirbet Abu Falah, nei pressi di Ramallah, sono stati uccisi almeno tre palestinesi, mentre nelle stesse ore, nella zona di Masafer Yatta, veniva ucciso il 27enne Amir Shanaran. Tra il 22 e il 23 marzo 2026, raid coordinati di coloni hanno colpito diversi villaggi incendiando abitazioni e veicoli e provocando diversi feriti.

La giovane musicista non si descrive come qualcuno che porrà fine all’occupazione, rimodellerà le politiche nazionali di Israele o risolverà il conflitto. Ma sente di non poter essere indifferente alle sofferenze del popolo palestinese perché se lei è qui, oggi, è grazie al fatto che degli sconosciuti hanno aiutato i suoi antenati a fuggire dalle persecuzioni in Europa poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. “La mia linea familiare è continuata grazie alla protezione di pochi non-ebrei, oltre che alla resistenza della mia comunità. Devo la mia esistenza a persone fuori dal mio gruppo che hanno aiutato il mio gruppo. Non sono persone che hanno fermato l’Olocausto, ma sarebbe stato peggio se quelle persone non avessero fatto niente”. E poi torna a parlare del suo lavoro. “Non penso di poter cambiare la situazione” dice. “Ma ogni persona che influenzi, contribuisce davvero a un quadro globale migliore. Voglio provare con le mie abilità a facilitare un po’ di guarigione, nella speranza che possa anche aiutare a costruire una realtà diversa”. Un lavoro di sensibilizzazione che continua ancora oggi tra le comunità ebraiche, spesso residenti negli Stati Uniti, nonostante le difficoltà delle ferite del 7 ottobre: “Le tensioni e le emozioni di tutti sono altissime e molte persone non hanno spazio nel cuore per aprirsi alle persone che percepiscono come nemiche”. Però anche in questo caso è la musica a esserle d’aiuto. “Quando racconto della mia esperienza - prosegue -, mi piace iniziare per esempio con un canto tutti insieme perché permette alle persone di sentirsi abbastanza sicure da aprire un po’ la mente”. Il suo obiettivo non è convertire nessuno, ma “complicare un po’ la prospettiva, restando in relazione con tutti”.

Alla fine, Sotna, che nel frattempo ha raccolto intorno una ventina di volontari, si rivela molto più di un progetto musicale. È l’insistenza che qualcosa di umano possa ancora essere costruito, lentamente, con cura, dentro un paesaggio modellato da rapporti di forza spesso brutali. “Siamo semplicemente persone che portano i violini” ripete Amalia, quasi come per ricordarsi della semplicità delle sue azioni. E ogni giovedì, quando l’auto entra nel villaggio, i bambini cantano. Non perché la musica cancelli la loro realtà, ma perché li aiuta a sopportarla.

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