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  • » 19/05/2010, 00.00

    PAKISTAN – ISLAM

    Pakistan: Facebook oscurato dalla legge sulla blasfemia



    Un giudice ha disposto il blocco agli accessi fino al 31 maggio, perché il social network contiene una pagina che invita gli utenti a inserire caricature di Maometto. Per la blasfemia in Pakistan è prevista anche la pena di morte. Gli amministratori della pagina: gli estremisti “non ci possono togliere la libertà di pensiero”.
    Lahore (AsiaNews) – La legge pakistana sulla blasfemia, che punisce chi dissacra il Corano o ingiuria il profeta Maometto, dopo cristiani, indù e ahmadi colpisce anche Facebook. Un tribunale di Lahore, su iniziativa di un gruppo di avvocati, ha disposto la “chiusura temporanea” del popolare social network perché contiene una pagina in cui si invitano gli utenti a “inserire caricature di Maometto”. La vicenda potrebbe avere una risonanza mondiale, come avvenuto nel settembre del 2005 in seguito alle vignette pubblicate sul quotidiano danese Jyllands-Posten: i giudici hanno infatti chiesto al Ministero degli esteri di sollevare la questione a “livello internazionale”.
     
    I legali che fanno riferimento all’Islamic Lawyers’ Movement hanno inviato una petizione al tribunale, bollando come “blasfema” la pagina del social network in cui sono contenute caricature di Maometto. Il giudice Ejaz Ahmed Chaudhry – dell’Alta corte di Lahore – ha accolto l’istanza e ha ordinato al Dipartimento per le telecomunicazioni di “bloccare il sito fino al 31 maggio”.
     
    Le caricature, si legge nella sezione “incriminata”, devono essere pubblicate entro domani, 20 maggio e la pagina è aperta a tutti gli utenti. Gli ideatori spiegano che essa è una risposta alla protesta scatenata dai musulmani contro gli autori di South Park, il popolare e satirico cartone Usa, che in un episodio avrebbero raffigurato in modo inopportuno Maometto. “Non vogliamo offendere i musulmani – scrivono gli amministratori della pagina – ma vogliamo solo mostrare ai fondamentalisti che lanciano minacce, che non abbiamo paura di loro. Non ci possono togliere la libertà di pensiero o espressione”.
     
    Alcune pagine di Facebook – circa 45 milioni di utenti in Pakistan – risultano già oscurate, ma il giudice ha imposto il blocco totale agli accessi perché risulta impossibile filtrare solo le pagine che conterrebbero vignette sul profeta. Gli avvocati sottolineano che il Pakistan è una nazione islamica e le leggi interne non consentono attività che siano “non islamiche” o addirittura “blasfeme”. “La competizione – sottolineano i legali – ha offeso i sentimenti dei musulmani”. Il giudice che ha firmato la sentenza ha anche chiesto al Ministero degli esteri di sollevare la diatriba in seno alla comunità internazionale.
     
    Intanto migliaia di utenti hanno lanciato una campagna che invita a boicottare il sito, per aver consentito la pubblicazione di contenuti “contrari alla morale islamica”. La vicenda ha avuto una vasta eco in Pakistan, tanto che la notizia del blocco di Facebook appare sui siti internet dei media più importanti del Paese. Il Daily Times riferisce che l’ala femminile della Jamaat-e-Islami (JI) e studenti di diversi istituti hanno indetto manifestazioni di protesta.
     
    La legge sulla blasfemia – che oggi ha colpito un social network – in realtà è il peggior strumento di repressione religiosa in Pakistan: secondo dati della Commissione nazionale di giustizia e pace della Chiesa cattolica (Ncjp), dal 1986 all’agosto del 2009 almeno 964 persone sono state incriminate per aver profanato il Corano o diffamato il profeta Maometto. Fra questi 479 erano musulmani, 119 cristiani, 340 ahmadi, 14 indù e altri 10 di altre religioni. Essa costituisce anche un pretesto per attacchi, vendette personali o omicidi extra-giudiziali: 33 in tutto, compiuti da singoli o folle inferocite.
     
    La norma è stata introdotta nel 1986 dal dittatore pakistano Zia-ul-Haq per difendere da offese e ingiurie l’islam ed il suo Profeta, Maometto, ed è ormai diventata uno strumento di discriminazioni e violenze. Essa è inserita nella sezione 295, comma B e C, del Codice penale pakistano e punisce con l’ergastolo chi offende il Corano; essa prevede anche la condanna a morte per chi insulta il profeta Maometto.(DS)
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