24/07/2017, 16.35
ISRAELE – PALESTINA
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Palestinesi cristiani insieme ai musulmani contro il controllo della Spianata delle Moschee

Cristiani in preghiera con i musulmani. Per Bernard Sabella, la religione non può e non deve diventare un motivo di conflitto. C’è bisogno di saggezza per ristabilire la calma e il dialogo, come dice il papa. Adel Misk: i palestinesi cristiani e musulmani hanno detto “no” al conflitto religioso. Israele “si è arrampicata su un albero e non sa come scendere”. I musulmani non cederanno.

Gerusalemme (AsiaNews) – “Noi palestinesi cristiani stiamo al fianco dei nostri compatrioti musulmani nel chiedere che sia rispettata l’integrità del luogo di preghiera musulmano”, afferma Bernard Sabella, cattolico, rappresentante di Fatah per Gerusalemme e segretario esecutivo del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente. L’attivista pacifista Adel Misk, medico palestinese musulmano, ribadisce che la questione non è “religiosa”, ma “politica”. I palestinesi cristiani, lo scorso venerdì, hanno pregato al fianco dei musulmani per chiedere il rispetto dello Status Quo e dire “no” al conflitto religioso.

Lo Status Quo che Israele è tenuta ad osservare, stabilisce il diritto esclusivo dei musulmani a pregare sulla Spianata. Per i palestinesi cristiani e musulmani, i metal detector imposti da Israele violano questo status.

I leader cristiani avevano preso una simile posizione in una dichiarazione pubblicata il 19 luglio, in cui essi facevano “appello a che lo Status Quo storico che regola questi luoghi sia del tutto rispettato, per il bene della pace e della riconciliazione dell’intera comunità”.

“Quello di cui abbiamo bisogno sono politici saggi che possano disinnescare il rischio di ulteriori scontri fra israeliani e palestinesi […]. Se questa situazione continuerà tutti ne pagheranno il prezzo e tutti ne soffriranno, purtroppo”. La speranza di Sabella è che il governo israeliano tolga i metal detector, e si abbia “un periodo di quiete, con persone sagge che dialogano fra di loro”, permettendo ai fedeli di “tornare a pregare e ad esercitare il loro diritto alla religione in un ambiente di armonia e relativa pace e serenità”. Il compito di decidere ora sta agli israeliani e “più saggi saranno, meglio sarà per tutte le parti coinvolte”.

Da parte sua, Misk afferma che le autorità israeliane “si sono arrampicate sugli alberi e non sanno più come scendere”. Per l’attivista, Israele deve tornare a “prima del 14 luglio”, perché i palestinesi non accetteranno compromessi su questo punto: “[pregare] è un diritto che non è dato dagli israeliani, ma da Dio”.

In conclusione, Misk commenta l’unità dei palestinesi, un “mosaico” mai visto prima: “Israele sta cercando di fare una guerra religiosa, ma la nostra risposta è stata ‘no’. Questo non è un conflitto religioso fra musulmani ed ebrei: è una cosa politica. La nostra solidarietà è per rispondere a loro e dimostrare che non è un conflitto religioso. Venerdì i cristiani sono stati con noi, con il vangelo in mano.”

“Non possiamo e non dobbiamo rendere la nostra diversità religiosa un motivo di scontro. Dovremmo imparare ad usarla per promuovere comprensione e riconoscimento dei diritti di ciascuno di noi, rispettando lo status quo dei luoghi santi”, conclude Sabella. “Nei luoghi sacri, sia ebraici, cristiani o musulmani, qui come ovunque, è importante ribadire – come ha detto papa Francesco ieri – che i luoghi santi devono essere di pace e dialogo, non luoghi dove ci possa essere violenza di nessun tipo”.

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