23/06/2016, 14.33
ARMENIA-VATICANO
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Papa Francesco in Armenia, pellegrino nella terra dei martiri cristiani

di Pierre Balanian

Questa visita ha un significato anzitutto di condivisione con il “primo” popolo cristiano della storia, segnato dal genocidio. Vi è anche il valore ecumenico, di fraternità con la Chiesa apostolica armena. E una profezia per la pace nel Caucaso, terra d’intreccio fra Asia e Europa. Da un armeno della diaspora.

Parigi (AsiaNews) – La visita di papa Francesco in Armenia che inizia venerdì 24 giugno è la visita, secondo le stesse parole del pontefice, di un “pellegrino in questa terra orientale: l’Armenia, la prima fra le nazioni ad aver ricevuto il Vangelo di Gesù”. Il viaggio durerà fino a domenica 26 giugno ed è molto atteso dalla popolazione, dopo quello di Giovanni Paolo II nel 2001.

Il quotidiano armeno Noyan Daban ha scritto che papa Francesco “ha saputo toccare l’anima di questo popolo antico”. E lo ha fatto ricordando il “primo genocidio del XX secolo”, quello del 1915, ovvero “una delle tre grandi tragedie del secolo scorso insieme alla Shoah”. Queste parole vennero pronunciate in occasione del centenario della strage, ricordato con una messa solenne con la partecipazione dei Patriachi armeni nella Basilica di San Pietro.

Come atto di estremo simbolismo la Santa Sede aveva scelto non il 24 aprile come data di commemorazione effettiva del Genocidio armeno, ma il 12 aprile: il giorno effettivo, secondo il vecchio calendario, nel quale ebbe inizio la soluzione finale del popolo armeno, con la raffica di arresti a Istanbul dell’intellighenzia armena.

La Santa Sede è stata dunque il primo Stato al mondo a celebrare il centenario del Genocidio, precedendo perfino l’Armenia stessa: un gesto altamente apprezzato dagli oltre 10 milioni di armeni, discendenti dei sopravvissuti sparsi in tutto il mondo, e che ha scosso anche profondamente i cuori. Facendo dimenticare i lunghi silenzi del Vaticano su questo argomento spinoso, sempre negato dalla Turchia, alleato del mondo occidentale. Un silenzio dell’Occidente che gli armeni hanno sempre considerato come atto di omertà e di tacita complicità.

Le parole hanno un senso e un potere: anche se sembra inutile che il pontefice ricordi nuovamente questo riconoscimento, la gente se lo aspetta e desidera che ripeta questa memoria in terra armena. L’occasione è la visita che Francesco compirà sabato mattina al Memoriale delle vittime del Genocidio a Dzizenagapert, dove reciterà una preghiera e pianterà un albero nel Giardino dei Giusti. Qui riposano persone che hanno portato soccorso ed assistenza alle vittime dello sterminio.

“Non ho dubbi che il pontefice utilizzerà di nuovo il termine Genocidio” dice p. Louis Nammo, Rettore del Pontificio Collegio Armeno di Roma, anche se Ankara ha ammonito il Santo Padre di non ripetere questa parola. Alcuni analisti turchi invece, ritengono che il pontefice userà “forse” – come ha fatto il presidente Obama – il termine armeno “Medz Yeghern”, ovvero “Grande Male”.

A prescindere da questi dubbi, la visita – inizialmente pianificata per settembre e poi anticipata a giugno in seguito allo scoppio della guerra dei 4 giorni del Nagorno Karabakh – contiene messaggi di pace di grande importanza.

Nessuno ignora infatti che la ripresa del conflitto fra Nagorno Karabakh ed Azerbaijan potrebbe trascinare il mondo intero in una Terza guerra mondiale, per via degli accordi di mutua difesa fra Russia ed Armenia da una parte e di Turchia (con Nato) ed Azerbaijan dall’altra. La notizia della presenza di combattenti di Daesh in Azerbaijan (arrivati da Siria, Iraq e Turchia) preoccupa intensamente la Santa Sede e le cancellerie di mezzo mondo.

Da questa preoccupazione è nata l’idea del lancio da parte del pontefice di due colombe verso il monte Ararat. Questo avverrà nel corso della visita al monastero di Khor Virab, dove venne imprigionato nel 301 l’evangelizzatore dell’Armenia San Gregorio l’Illuminatore e che si trova a poche centinaia di metri dal confine con la Turchia.

La Bibbia ricorda che la prima colomba lanciata da qui era quella di Noè, la cui arca si era arenata sull’Ararat dopo la distruzione dell’umanità col diluvio. Dal ricordare il pericolo per l’umanità e sottolineare la pace necessaria sui confini nasce forse la decisione di lanciare non una, ma due colombe.

Il Papa tiene tanto alla riapertura dei confini chiusi fra la Turchia e l’Armenia: lo aveva detto lui stesso sul volo che lo portava in Turchia nel 2014. Durante quella visita, ha però trovato un’accoglienza fredda e chiusa sulla questione dei rifugiati siriani.

Francesco ha voluto ricordare a tutti che “l’Armenia è il primo Stato cristiano del mondo”, avendo adottato il cristianesimo come religione di Stato, 11 anni prima che l’imperatore Costantino garantisse la libertà religiosa. L’Armenia, infatti, è l’unico Paese al mondo composto al 98% da cristiani, in un momento così delicato nel quale l’Oriente soffre di un’emorragia dei cristiani perseguitati da gruppi jihadisti islamici e di altro tipo.

Aver deciso di dedicare un viaggio all’Armenia, separandolo dalle due visite nel Caucaso (Georgia ed Azerbaijan) che avranno luogo a settembre, tende inoltre a sottolineare la speciale importanza che il Vaticano dedica all’Armenia ed al suo ruolo nella regione.

L’importanza ecumenica di unione dei cristiani è quella maggiormente espressa dalla Santa Sede riguardo la Chiesa apostolica armena di Etchmiadzin dove il pontefice sarà accolto dal Catholicos e dai patriarchi armeni e dove, altro simbolo di estrema unità, egli ha voluto fissare l’incontro con i vescovi armeni cattolici: non nell’Eparchia armena cattolica, ma ad Etchmiadzin, il “Vaticano” della Chiesa apostolica armena.

La visita di Francesco in questa polveriera del Caucaso – regione di estrema importanza strategica, un luogo che potrebbe diventare un’oasi di pace e da sempre crocevia fra Asia ed Europa – è importantissima. Le preghiere rivolte al Signore sono che le due colombe ritornino da dove sono state lanciate con un ramo di ulivo, per il bene e la pace di tutta l’umanità. 

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