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  • » 03/01/2018, 10.27

    VATICANO

    Papa: L’atto penitenziale, il coraggio di togliere la maschera e aprirsi alla grazia che rinnova il cuore



    Alla prima catechesi del nuovo anno, papa Francesco spiega i gesti e le parole del rito di introduzione della messa. “Fare i conti con la nostra debolezza, ci apre il cuore a invocare la misericordia divina che trasforma e converte”. Battersi il petto significa riconoscere che “ho peccato proprio per colpa mia, e non di altri”. Si pecca di “omissioni”: “non basta non fare del male al prossimo, occorre scegliere di fare il bene”.

    Città del Vaticano (AsiaNews) – L’atto penitenziale, il rito di introduzione della messa, è stata al centro della meditazione tenuta da papa Francesco nell’aula Paolo VI oggi. Nel suo primo appuntamento del 2018 con la catechesi del mercoledì, per spiegare il senso del gesto penitenziale, il pontefice ha presentato alcune figure di “penitenti” presenti nella Bibbia, che “rientrando in sé stessi dopo aver commesso il peccato, trovano il coraggio di togliere la maschera e aprirsi alla grazia che rinnova il cuore”. Il papa ha citato il re Davide, il figliol prodigo, il pubblicano, Pietro, Zaccheo, la samaritana. “Misurarsi con la fragilità dell’argilla di cui siamo impastati – ha detto - è un’esperienza che ci fortifica: mentre ci fa fare i conti con la nostra debolezza, ci apre il cuore a invocare la misericordia divina che trasforma e converte”.

    L’atto penitenziale, ha spiegato, “favorisce l’atteggiamento con cui disporsi a celebrare degnamente i santi misteri, ossia riconoscendo davanti a Dio e ai fratelli i nostri peccati”.

    “Che cosa può donare il Signore a chi ha già il cuore pieno di sé, del proprio successo? Nulla, perché il presuntuoso è incapace di ricevere perdono, sazio com’è della sua presunta giustizia. Pensiamo alla parabola del fariseo e del pubblicano, dove soltanto il secondo torna a casa giustificato, cioè perdonato (cfr Lc 18,9-14). Chi è consapevole delle proprie miserie e abbassa gli occhi con umiltà, sente posarsi su di sé lo sguardo misericordioso di Dio. Sappiamo per esperienza che solo chi sa riconoscere gli sbagli e chiedere scusa riceve la comprensione e il perdono degli altri”.

    Il papa ha poi sottolineato la confessione generale, ma “pronunciata in prima persona singolare” da parte della comunità, in cui si “confessa a Dio e ai fratelli ‘di avere molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni’. Sì, anche in omissioni, ossia di aver tralasciato di fare il bene che avrei potuto fare. Spesso ci sentiamo bravi perché – diciamo – ‘non ho fatto male a nessuno’. In realtà, non basta non fare del male al prossimo, occorre scegliere di fare il bene cogliendo le occasioni per dare buona testimonianza che siamo discepoli di Gesù”.

    “Le parole che diciamo con la bocca sono accompagnate dal gesto di battersi il petto, riconoscendo che ho peccato proprio per colpa mia, e non di altri. Capita spesso infatti che, per paura o vergogna, puntiamo il dito per accusare altri. Costa ammettere di essere colpevoli, ma ci fa bene confessarlo con sincerità”.

    “Dopo la confessione del peccato, supplichiamo la Beata Vergine Maria, gli Angeli e i Santi di pregare il Signore per noi. Anche in questo è preziosa la comunione dei Santi: l’intercessione di questi «amici e modelli di vita» (Prefazio del 1° novembre) ci sostiene nel cammino verso la piena comunione con Dio, quando il peccato sarà definitivamente annientato”.

    “L’atto penitenziale si conclude con l’assoluzione del sacerdote, che invoca Dio onnipotente affinché «abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna». Tale assoluzione «tuttavia non ha lo stesso valore del sacramento della Penitenza» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 51). Ci sono infatti peccati gravi, detti anche mortali perché fanno morire in noi la vita divina, i quali per essere perdonati hanno bisogno della Confessione e assoluzione sacramentale”.

    Fra le varie formule che si possono usare nell’atto penitenziale, il papa ha citato anche il Kyrie eleison: “con antica espressione greca, acclamiamo il Signore – Kyrios – e imploriamo la sua misericordia”.

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