14/02/2016, 09.39
MESSICO – VATICANO
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Papa: Le lacrime di chi soffre non sono sterili, Maria ci protegge sempre

Celebrando la messa nel santuario mariano di Guadalupe, il più grande del mondo, Francesco ricorda la “scelta preferenziale” della Vergine, che appare al piccolo Juan “non contro qualcuno, ma per tutti”. Basta camminare per le strade del quartiere “per essere Suoi messaggeri, innalzando santuari”.

Guadalupe (AsiaNews) – Le lacrime di coloro che soffrono “non sono sterili. Sono una preghiera silenziosa che sale fino al cielo e che in Maria trova sempre posto sotto il suo manto. In lei e con lei, Dio si fa fratello e compagno di strada, porta con noi le croci per non lasciarci schiacciare da nostri dolori”. Lo ha detto papa Francesco nel pomeriggio (ora locale) di ieri. Il pontefice ha celebrato messa alla basilica di “Nuestra Señora de Guadalupe”, il principale santuario del Messico e il più grande santuario mariano del mondo, dove viene venerata la Vergine di Guadalupe, patrona del Messico, dei Paesi americani e delle Filippine.

Francesco è molto legato a questo luogo, e dopo la messa si è fermato per circa mezz’ora in preghiera davanti all’icona originaria della Madonna (v. foto). Dopo aver commentato il Vangelo, che ricorda la visita di Maria alla cugina Elisabetta incinta, il papa ricorda come Maria non si è sentita privilegiata dall’incontro con l’angelo o in dovere di staccarsi dalla vita normale: “Al contrario, ha ravvivato e messo in moto un atteggiamento per il quale Maria è e sarà sempre ricordata: la donna del sì, un sì di dedizione a Dio e, al tempo stesso, un sì di dedizione ai suoi fratelli. È il sì che la mise in movimento per dare il meglio di sé, ponendosi in cammino incontro agli altri”.

Il brano evangelico ha un significato “particolare” a Guadalupe: “Maria, la donna del sì, ha voluto anche visitare gli abitanti di questa terra d’America nella persona dell’indio san Juan Diego. Così come si mosse per le strade della Giudea e della Galilea, nello stesso modo raggiunse il Tepeyac, con i suoi abiti, utilizzando la sua lingua, per servire questa grande Nazione”.

Così come si fece presente al piccolo Juanito, aggiunge, “allo stesso modo continua a farsi presente a tutti noi, soprattutto a quelli che come lui sentono ‘di non valere nulla’ (cfr Nican Mopohua, 55). Questa scelta particolare, diciamo preferenziale, non è stata contro nessuno, ma a favore di tutti. Il piccolo indio Juan che si chiamava anche ‘mecapal, cacaxtle, coda, ala, bisognoso lui stesso di esser portato’ (cfr ibid.) è diventato il messaggero, molto degno di fiducia”.

In quell’alba di dicembre del 1531, aggiunge, “si compiva il primo miracolo che poi sarà la memoria vivente di tutto ciò che questo Santuario custodisce. In quell’alba, in quell’incontro, Dio risvegliò la speranza di suo figlio Juan, la speranza del suo Popolo. In quell’alba Dio ha risvegliato e risveglia la speranza dei più piccoli, dei sofferenti, degli sfollati e degli emarginati, di tutti coloro che sentono di non avere un posto degno in queste terre. In quell’alba Dio si è avvicinato e si avvicina al cuore sofferente ma resistente di tante madri, padri, nonni che hanno visto i loro figli partire, li hanno visti persi o addirittura strappati dalla criminalità”.

Juanito, simbolo universale di tutti noi, “sperimenta nella sua vita che cos’è la speranza, che cos’è la misericordia di Dio. Lui è scelto per sorvegliare, curare, custodire e favorire la costruzione di questo Santuario. A più riprese disse alla Vergine che lui non era la persona adatta, anzi, se voleva portare avanti quel lavoro doveva scegliere altri perché non lui era istruito, letterato o appartenente al novero di coloro che avrebbero potuto farlo. Maria, risoluta – con la risolutezza che nasce dal cuore misericordioso del Padre – gli disse no, che lui sarebbe stato il suo messaggero”.

Così riesce a far emergere qualcosa che non sapeva esprimere: “Una vera e propria immagine trasparente di amore e di giustizia: nella costruzione dell’altro santuario, quello della vita, quello delle nostre comunità, società e culture, nessuno può essere lasciato fuori. Tutti siamo necessari, soprattutto quelli che normalmente non contano perché non sono ‘all’altezza delle circostanze’ o non ‘apportano il capitale necessario’ per la costruzione delle stesse. Il santuario di Dio è la vita dei suoi figli, di tutti e in tutte le condizioni, in particolare dei giovani senza futuro esposti a una infinità di situazioni dolorose, a rischio, e quella degli anziani senza riconoscimento, dimenticati in tanti angoli. Il santuario di Dio sono le nostre famiglie che hanno bisogno del minimo necessario per potersi formare e sostenere. Il santuario di Dio è il volto di tanti che incontriamo nel nostro cammino…”.

Venendo in questo santuario “ci può accadere la stessa cosa che accadde a Juan Diego. Guardare la Madre a partire dai nostri dolori, dalle nostre paure, disperazioni, tristezze, e dirle: ‘Che cosa posso dare io se non sono una persona istruita?’. Guardiamo la Madre con occhi che dicono: sono tante le situazioni che ci tolgono la forza, che ci fanno sentire che non c’è spazio per la speranza, per il cambiamento, per la trasformazione”.

Per questo “può farci bene un po’ di silenzio, e guardarla, guardarla molto e con calma (il papa pronuncia e fa pronunciare un inno liturgico dedicato alla Vergine di Guadalupe). E in questo rimanere a contemplarla, sentire ancora una volta che ci ripete: “Che c’è, figlio mio, il piccolo di tutti? Che cosa rattrista il tuo cuore?” (cfr Nican Mopohua, 107.118) «Non ci sono forse qui io, io che ho l’onore di essere tua madre?» (ibid., 119)”.

Lei ci dice che ha “l’onore” di essere nostra madre: “Questo ci dà la certezza che le lacrime di coloro che soffrono non sono sterili. Sono una preghiera silenziosa che sale fino al cielo e che in Maria trova sempre posto sotto il suo manto. In lei e con lei, Dio si fa fratello e compagno di strada, porta con noi le croci per non lasciarci schiacciare da nostri dolori”.

Oggi di nuovo, conclude papa Francesco, “torna ad inviarci come Juanito; oggi di nuovo torna a ripeterci: sii mio messaggero, sii mio inviato per costruire tanti nuovi santuari, accompagnare tante vite, asciugare tante lacrime. Basta che cammini per le strade del tuo quartiere, della tua comunità, della tua parrocchia come mio messaggero; innalza santuari condividendo la gioia di sapere che non siamo soli, che lei è con noi. Sii mio messaggero – ci dice – dando da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, da’ un posto ai bisognosi, vesti chi è nudo e visita i malati. Soccorri i prigionieri, perdona chi ti ha fatto del male, consola chi è triste, abbi pazienza con gli altri e, soprattutto, implora e prega il nostro Dio. In silenzio diciamo a Lei ciò che che dice il cuore. Non sono forse tua madre? Non sono forse qui? – ci dice ancora Maria. Vai a costruire il mio santuario, aiutami a risollevare la vita dei miei figli, tuoi fratelli”.

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