12/12/2018, 10.44
VATICANO
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Papa: col ‘Padre Nostro’ Gesù ci insegna a slanciare al cielo ogni sofferenza

E’ una preghiera “audace”, che contiene sette domande a Dio. “Nessuno di noi è tenuto ad abbracciare la teoria che qualcuno in passato ha avanzato, che cioè la preghiera di domanda sia una forma debole della fede, mentre la preghiera più autentica sarebbe la lode pura, quella che cerca Dio senza il peso di alcuna richiesta”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Con il “Padre Nostro” Gesù non insegna formule per ‘ingraziarsi’ il Signore, anzi, invita a pregarlo facendo cadere le barriere della soggezione e della paura, “vuole invece che ogni sofferenza, ogni inquietudine, si slanci verso il cielo e diventi dialogo”. Proseguendo nelle catechesi per l’udienza generale dedicate l “Padre Nostro”, papa Francesco ne ha oggi evidenziato il carattere “audace perché, se non l’avesse suggerita il Cristo, probabilmente nessuno di noi oserebbe pregare Dio in questa maniera”, chiamandolo “Padre” e rivolgendogli “sette domande”.

In proposito, Francesco ha anche sostenuto che “nessuno di noi è tenuto ad abbracciare la teoria che qualcuno in passato ha avanzato, che cioè la preghiera di domanda sia una forma debole della fede, mentre la preghiera più autentica sarebbe la lode pura, quella che cerca Dio senza il peso di alcuna richiesta”.

Alle ottomila persone presenti nell’Aula delle udienze, il Papa ha dunque sottolineato che “Gesù mette sulle labbra dei suoi discepoli una preghiera breve ma audace, fatta di sette domande – un numero che nella Bibbia non è casuale, indica pienezza”.

Gesù, ha detto ancora, “invita i suoi discepoli ad avvicinarsi a Dio e a rivolgergli con confidenza alcune richieste: anzitutto riguardo a Lui e poi riguardo a noi. Non ci sono preamboli nel ‘Padre nostro’. Gesù non insegna formule per ‘ingraziarsi’ il Signore, anzi, invita a pregarlo facendo cadere le barriere della soggezione e della paura. Non dice di rivolgersi a Dio chiamandolo ‘Onnipotente’, ‘Altissimo’, o con titoli simili, ma semplicemente con la parola «Padre», che esprime la confidenza, la fiducia filiale”.

“La preghiera del ‘Padre nostro’ affonda le sue radici nella realtà concreta dell’uomo. Ad esempio, ci fa chiedere il pane, il pane quotidiano: richiesta semplice ma essenziale, che dice che la fede non è una questione ‘decorativa’, staccata dalla vita, che interviene quando sono stati soddisfatti tutti gli altri bisogni. Semmai la preghiera comincia con la vita stessa. La preghiera – ci insegna Gesù – non inizia nell’esistenza umana dopo che lo stomaco è pieno: piuttosto si annida dovunque c’è un uomo, un qualsiasi uomo che ha fame, che piange, che lotta, che soffre e si domanda ‘perché’. La nostra prima preghiera, in un certo senso, è stato il vagito che ha accompagnato il primo respiro. In quel pianto di neonato si annunciava il destino di tutta la nostra vita: la nostra continua fame, la nostra continua sete, la nostra ricerca di felicità”.

“Gesù, nella preghiera, non vuole spegnere l’umano, non lo vuole anestetizzare. Non vuole che smorziamo le domande e le richieste imparando a sopportare tutto. Vuole invece che ogni sofferenza, ogni inquietudine, si slanci verso il cielo e diventi dialogo”.

“Dovremmo essere tutti quanti come il Bartimeo del Vangelo (cfr Mc 10,46-52)”, il cieco che con le sue grida riesce a incontrare Gesù che gli ridona la vista dicendo: «La tua fede ti ha salvato» (v. 52), “quasi a spiegare che la cosa decisiva per la sua guarigione è stata quella preghiera, quella invocazione gridata con fede, più forte del ‘buonsenso’ di tanta gente che voleva farlo tacere. La preghiera non solo precede la salvezza, ma in qualche modo la contiene già, perché libera dalla disperazione di chi non crede a una via d’uscita da tante situazioni insopportabili. Certo, poi, i credenti sentono anche il bisogno di lodare Dio. I vangeli ci riportano l’esclamazione di giubilo che prorompe dal cuore di Gesù, pieno di stupore riconoscente al Padre (cfr Mt 11,25-27). I primi cristiani hanno perfino sentito l’esigenza di aggiungere al testo del ‘Padre nostro’ una dossologia: «Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli» (Didaché, 8, 2)”.

“Dioha ribadito infine - è il Padre, che ha un’immensa compassione di noi, e vuole che i suoi figli gli parlino senza paura. Per questo gli possiamo raccontare tutto, anche le cose che nella nostra vita rimangono distorte e incomprensibili. E ci ha promesso che sarebbe stato con noi per sempre, fino all’ultimo dei giorni che passeremo su questa terra”.

“Il ‘Padre nostro’ – ha detto ancora nel saluto ai pellegrini di lingua araba - non è una preghiera che dobbiamo imparare a memoria e recitare a Dio, ma è l’esempio di come dovremmo pregare, ringraziare e chiedere. San Paolo ci insegna: “Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4, 6-7)”.

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