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  • » 16/11/2017, 13.55

    VATICANO

    Papa: l’eutanasia è sempre illecita, ma no all’accanimento terapeutico



    In un messaggio a un meeting sul fine-vita, Francesco scrive che si deve “accompagnare” con amore il malato verso la fine dell’esistenza, anche informandolo e facendolo decidere. La questione richiede “attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti” e sottolineando l’utilità della medicina palliativa.

    Città del Vaticano (AsiaNews) – “Evitare l’accanimento terapeutico”, azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia - che “rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte” – e  “accompagnare” con amore il malato verso la fine dell’esistenza, anche informandolo e facendolo decidere. Papa Francesco affronta in tali termini, cari alla dottrina cattolica, la delicata questione della fine della vita, che richiede “attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti” e sottolineando l’utilità della medicina palliativa.

    In un messaggio alla Pontificia accademia per la vita in occasione del Meeting regionale europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto ‘fine-vita’, Francesco scrive che le domande legate al tema dell’incontro “hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili” dallo sviluppo della medicina.

    Oggi è infatti possibile “protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare”, fino a “sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

    In proposito Francesco ricorda che già Pio XII nel 1957 “affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene”. Ciò comporta prendere in considerazione “il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali” e “quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’’accanimento terapeutico’. È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere”.

    “Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo”.

    A tutto questo si aggiunge, nota il Papa, il condizionamento “dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici”. “Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari”. Una tendenza che c’è non solo tra Paesi poveri e ricchi, ma anche all’interno dei questi ultimi.

    Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori “l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato”. “Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine”.

    Il Papa osserva infine che nelle “società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete”.

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