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  • » 19/04/2017, 11.25

    SIRIA

    Parroco ad Aleppo: non sono le religioni ad alimentare la guerra, la fede è fonte di pace



    Secondo p. Ibrahim in questa “drammatica guerra” solo i leader religiosi veri “operatori di pace”. Senza l’intervento dei capi cristiani, sunniti e sciiti la stessa Aleppo sarebbe “andata distrutta”. L’incontro col gran muftì fonte di pace e di riconciliazione. L’attentato ai profughi di Rashideen per fomentare le divisioni confessionali. Oltre le distruzioni, la gioia per le celebrazioni della Pasqua.

     

    Aleppo (AsiaNews) - In questa “drammatica guerra” che si sta combattendo da sette anni in Siria “sono i leader religiosi i soli” a cercare, insieme, di essere operatori di pace; la stessa Aleppo “sarebbe stata completamente distrutta” se non fosse intervenuta “l’opera di mediazione e di riconciliazione” delle personalità cristiane e musulmane, sunnite e sciite. È quanto racconta ad AsiaNews p. Ibrahim Alsabagh, 44enne francescano, guardiano e parroco della parrocchia latina di Aleppo, secondo cui l’uscita dei gruppi armati dalla parte est è frutto della “unità di intenti” e “degli sforzi” degli "uomini di religione che sono intervenuti e hanno trovato un accordo”.

    Per il francescano la fine delle violenze nella seconda città per importanza del Paese, a lungo epicentro del conflitto siriano, “non dipende dai bombardamenti russi” o dagli interventi militari nell’area. Il ritorno della pace e l’uscita dei gruppi armati dal settore orientale di quella che un tempo era la capitale economica e commerciale della Siria è “dovuta alle mosse di riconciliazione fra i diversi gruppi” e per l’intervento dei “leader religiosi cristiani e musulmani”.

    Visitando la zona orientale, una volta concluse le operazioni di evacuazione dei combattenti, sono emersi enormi quantitativi di armi e missili, oltre che dispense cariche di cibo e medicinali. “Si tratta di scorte - sottolinea il francescano - che avrebbero permesso ai gruppi armati di continuare a combattere per anni, finendo così per distruggere la città”.

    Ieri i vertici della comunità cristiana locale hanno incontrato il gran muftì della Repubblica siriana, sceicco Ahmad Badr El Din Hassun, in visita ufficiale ad Aleppo. “Il gran muftì - racconta p. Ibrahim - ha tenuto un discorso bellissimo, ispirato alla moderazione e tutto incentrato sulla pace e sulla riconciliazione”. “Noi, come leader cristiani - aggiunge - gli abbiamo rinnovato la nostra disponibilità, le nostre mani tese per continuare insieme questo cammino di pace. Non vogliamo certo permettere che sul terreno siriano vi sia un conflitto di religione o interno ai riti, fra sunniti e sciiti come sta avvenendo in Iraq e come è avvenuto in Libano” negli anni della guerra civile. Per questo, prosegue il sacerdote, “il nostro impegno come capi religiosi cristiani è di continuare a moltiplicare gli sforzi per la pace. In questo senso promuoviamo questi incontri con personalità musulmane, concordiamo visite reciproche e apriamo al confronto con sunniti e sciiti. Il compito dei leader religiosi è proprio questo: essere elementi di pace, custodendo l’unità della società civile, del Paese e proteggendo la dignità dell’uomo”.

    Da qui la durissima condanna di p. Ibrahim all’attacco dei giorni scorsi al convoglio umanitario a Rashideen, nei pressi di Aleppo. “Quello che è successo - afferma - è un atto doloroso che ha lacerato i cuori e lasciato grande amarezza”. L’accordo raggiunto sull’evacuazione, spiega, era “un risultato di riconciliazione, fra gente sotto assedio di milizie armate”. La zona era sotto il controllo del capo dell’Esercito dell’islam, uno dei gruppi miliziani combattenti in Siria, “è lui che ha fatto l’accordo ed è lui ad averlo fatto saltare”. Un gesto “lacerante” dietro il quale, aggiunge, vi potrebbe essere “il tentativo di alimentare la discordia fra sunniti e sciiti”. “Quello che abbiamo visto ad Aleppo - racconta il francescano - lo abbiamo già visto diverse volte a Homs, scenario in passato di attentati contro alawiti e sciiti”.

    Per i cristiani di Aleppo resta la gioia per aver trascorso una Pasqua all’insegna della pace e della riconciliazione. “La gente è tornata a gremire le chiese, affollatissime come non lo erano da anni - racconta p. Ibrahim - e anche le strade e le piazze erano colme di gente festante. Si sono tenute diverse manifestazioni religiose e preghiere pubbliche, in particolare attorno alle chiese distrutte dove si sono tenute funzioni all’insegna della pace e della serenità”.

    A partire dalla domenica delle Palme, prosegue il sacerdote, abbiamo “sentito e sperimentato pace e gioia, che sono i risultati della resurrezione di Cristo. Ora andremo con ancora maggiore forza e convinzione ad annunciare la pace agli altri, portando come cristiani anche agli altri i frutti della parola di Gesù”. La situazione è ancora difficile, aggiunge, e molte persone “portano i segni della violenza subita, delle ferite profonde, delle distruzioni a livello psicologico, materiale e spirituale. Ancora oggi mancano acqua ed elettricità, ma il messaggio di una tomba vuota resta segno di speranza e riscalda i cuori”.

    La guerra, conclude p. Ibrahim, “ha avuto come effetto anche quello di riavvicinare molte persone alla chiesa e far riscoprire loro la fede”. “Attingiamo da Cristo la forza per la guarigione, sperando che egli possa riportare la gioia e la pace non solo ad Aleppo e in Siria, ma in tutto il Medio oriente. Solo Cristo può dare questa gioia e può essere fonte di guarigione, come ha detto papa Francesco nella benedizione Urbi et Orbi di Pasqua”.(DS)

     

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