09/08/2016, 11.10
LIBANO
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Patriarca Rai: Il Medio Oriente torni a essere culla di convivenza fra cristiani e musulmani

di Pierre Balanian

Nuovo appello del capo della Chiesa maronita per l’elezione del capo dello Stato, carica vacante da oltre due anni. Ma la 43ma sessione parlamentare, celebrata ieri, si è conclusa con un nuovo rinvio. Il presule ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione di un anfiteatro dedicato al martire armeno Ignazio Maloyian. Nell’intervento ha ricordato il genocidio e la testimonianza di fede degli armeni e la "nuova versione di genocidio" dei cristiani del Medio oriente.

Beirut (AsiaNews) - Si è conclusa con un nulla di fatto la 43ma sessione parlamentare, tenuta ieri a Beirut, per l’elezione del capo di Stato, carica vacante da oltre due anni. Il presidente della Camera Nabih Berri ha sospeso la seduta, aggiornandola al 7 settembre, a causa del mancato raggiungimento del quorum necessario per il voto. 

Il Libano è senza un presidente dal maggio 2014, quando è scaduto il mandato di Michel Aoun ed è iniziato lo scontro fra i due principali schieramenti - l’8 marzo e il 14 marzo - che ha di fatto impedito la scelta del successore. Secondo Costituzione, la carica spetta a un cristiano nel complesso e delicato mosaico di fedi, culture ed etnie che danno forma al Paese. 

Sul tema dell’elezione del presidente della Repubblica è intervenuto, ancora una volta, il capo della Chiesa maronita, il card. Bechara Rai, che nei giorni scorsi ha rilanciato il messaggio di unità e rinnovato l’invito a uno sforzo comune per mettere fine alla vacanza. Il patriarca ha parlato durante la cerimonia di inaugurazione di un anfiteatro a Bzommar, dedicato al martire armeno Ignazio Maloyian.

Ecco, di seguito, il resoconto del nostro inviato in Libano: 

Nell’antico monastero armeno cattolico di Bzommar, sulle verdi colline dei Monti del Libano, a 35 km dalla capitale Beirut, si è tenuta lo scorso 7 agosto la cerimonia di inaugurazione di un anfiteatro dedicato al beato Ignazio Maloyian. Egli era un martire armeno cattolico, vittima del Genocidio perpetrato dalla Turchia nel 1915, morto per non aver abiurato la propria fede in Cristo. I suoi carnefici lo hanno invitato con insistenza a convertirsi all’islam per aver salva la vita, ma egli ha opposto un netto rifiuto ed è stato giustiziato.

La cerimonia si è svolta in un clima improntato all’ecumenismo, come solo in Libano può avvenire, grazie alla sapiente organizzazione del padre superiore del convento armeno di Bzommar e vicario del patriarca, msgr. Gabriel Mouradian. Erano presenti anche il card. Bechara Rai, il patriarca degli armeni cattolici Gregorio Bedros XX, il patriarca dei melkiti-cattolici Gregorio III Laham, un vescovo rappresentante del Katholicos del Patriarcato Armeno ortodosso di Cilicia. E ancora, il nunzio apostolico mons. Gabriele Caccia, l’ambasciatore della Repubblica di Armenia in Libano, deputati di tutte le confessioni religiose, il presidente del Csm libanese, ufficiali delle Forze armate ed esponenti dei vari partiti, insieme a personalità dell’arte e della cultura. I presenti hanno assistito con partecipazione a una cerimonia durata tre ore e contraddistinta da preghiere, discorsi, inni e canti sacri eseguiti dal coro maronita di Louaize e dal coro armeno di Groung.

Rivolgendosi ai presenti, il card Bechara Rai ha ricordato che nel 2015 “abbiamo commemorato” il “primo centenario del genocidio armeno e lo sterminio di un milione e mezzo di figli della Chiesa sorella armena e di centinaia di fedeli delle chiese siriaca, caldea e assira in Turchia”. Tuttavia, ha aggiunto il capo della Chiesa maronita, “il sangue dei martiri è il seme del cristiani” e come ci ha insegnato “il Nostro Maestro [Gesù Cristo] alla morte segue la resurrezione”. Ecco dunque che “i pochi sopravvissuti armeni allo sterminio” hanno saputo “far crescere l’intera Chiesa, rafforzandosi e diffondendosi in tutte le parti del mondo, conservando usanze, unità e tradizione”.

Davanti agli insegnamenti recenti della storia, il card. Rai ha voluto trarre una lezione per il presente: “Oggi i cristiani del Medio Oriente - ha sottolineato - vivono una nuova versione di genocidio, soprattutto in Siria e in Iraq. Uno sterminio di matrice takfirista all’interno della società, perpetrato da guerre che continuano a intensificarsi sempre più per l’intrecciarsi di movimenti fondamentalisti con organizzazioni terroriste e interessi di nazioni regionali e internazionali”.

“Centinaia di figli delle nostre chiese - ha ricordato il cardinale - sono morti, centinaia di migliaia hanno perso quanto seminato in intere vite e hanno intrapreso la strada dell’emigrazione”. Nonostante tutto “le nostre Chiese resistono, restano e progrediscono, grazie al sangue dei martiri mescolato col sangue salvifico di Nostro Signore e con la forza della resurrezione”, ricordando la promessa fatta da Gesù a Simon Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le forze del male non potranno distruggerla”.

Il cristianesimo per la sua essenza, ha affermato il patriarca maronita, “è apertura verso il prossimo, il diverso, per edificare un’umanità migliore e civile… Noi consideriamo la presenza dei cristiani d’Oriente un fattore vitale ed essenziale per questo stesso Oriente, con i loro contributi intellettuali, teologici, culturali che risalgono a periodi antecedenti di sei secoli la comparsa dell’islam”. E con esso, ha proseguito, è entrato “in contatto arricchendo l’umanità con contributi culturali, scientifici noti a tutti, erigendo con l’Occidente un ponte culturale e scientifico, lanciando i valori della modernità e un clima di interazione, cooperazione e dialogo fra questi due mondi”. Allo stesso tempo, ha spiegato il card. Rai, “consideriamo l’islam una necessità per il nostro mondo arabo, a condizione però che conservi moderazione e apertura, mettendo fine alle organizzazioni terroriste e takfiriste che ricorrono alla violenza nel nome dell’islam stesso”.

Insieme ai musulmani, è l’invito del patriarca Rai, “siamo chiamati a conservare il volto dell’Oriente arabo ricco e proteggerlo dal rigetto della diversità, dalle differenze confessionali, etniche e linguistiche”. “Noi in Libano - ha aggiunto - con loro e con gli armeni, che in Libano hanno sperimentato la grazia di aspirare a una patria, tutti assieme, cristiani e musulmani, ci fondiamo sull’accordo del vivere in comune, separando religione e Stato, rispettando i diritti di ogni culto e i suoi insegnamenti”. In un Paese che “non privilegia nessun altro Stato, sia esso orientale e occidentale, che è parte della famiglia araba e mantiene un costante equilibrio fra tutte le nazioni, non prende parte a lotte e opera per la giustizia, per la pace e per l’unità di tutte le sue componenti”.

“Noi insistiamo sulla partecipazione alla governance - ha confermato il porporato - e alla gestione su base equa e giusta della democrazia, della diversità, dell’accettazione dell’altro, del rispetto della volontà altrui e dei diritti umani, come vuole la nostra Costituzione”. “Il Libano - ha ricordato - offre un’esperienza speciale nel dialogo, nella comunanza dei destini e della vita… I cristiani d’Oriente hanno avuto un ruolo essenziale nel rafforzare la diversità culturale e religiosa”.

Il card. Rai ha concluso il suo intervento affermando che “per questi motivi e da questo luogo, insieme al popolo armeno geloso del destino di questo Paese e davanti alla statua del beato vescovo martire Ignazio Maloyian, faccio appello ai gruppi parlamentari per l’elezione di un presidente della Repubblica. Oggi prima di domani, per preservare questi nostri valori”.

Dal canto suo il nunzio apostolico mons. Gabriele Caccia ha invitato i cristiani d’Oriente a prendere come esempio il dolore e il trionfo della risurrezione vissuto dal popolo armeno, perseguitato in Oriente un secolo fa per la sua fede. Il prelato esorta a seguirne la forza, unici fra tutti i cristiani, che li ha portati a scolpire la croce nella pietra, portando una croce di pietra, simbolo di massima resistenza. “Una croce, quella dei Khatchkar [le croci di pietra armene] - ha concluso il nunzio - senza crocifisso, ma fiorite come simbolo di rinascita della vita nella resurrezione”.

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