07/05/2018, 08.58
RUSSIA-UCRAINA
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Patriarcato di Kiev, il rischio di un nuovo scisma in Europa

di Vladimir Rozanskij

Presidente, parlamento ucraino e patriarca Filaret di Kiev hanno chiesto a Bartolomeo la concessione dell’autocefalia. Il metropolita Ilarion di Mosca mette in guardia dallo scisma. Gli ortodossi di Kiev sarebbero – secondo Filaret – “degli europei”, diversi da quelli “russi”. Olrre alo scisma, ci sarebbe una nuova e più forte divisione in Europa.

Mosca (AsiaNews) – Se il patriarca di Costantinopoli concede l’autocefalia alla Chiesa ucraina (Patriarcato di Kiev), c’è il rischio di uno scisma non meno grave di quello fra Roma e Costantinopoli nel 1054: la Chiesa Ortodossa verrebbe divisa nel suo corpo principale, quello slavo-orientale. È quanto ha dichiarato il metropolita Ilarion (Alfeev), capo del Dipartimento per gli Esteri del patriarcato di Mosca, il 3 maggio scorso all’agenzia Interfax.

In effetti, la richiesta avanzata alcune settimane fa al patriarca Bartolomeo (Archontonis), da parte del presidente e dal parlamento ucraino potrebbe avere buone probabilità di essere accolta, anche se dal Patriarcato ecumenico non arrivano per ora né conferme, né smentite.

Ad alimentare questa speranza non vi è solo l’opinione dei politici di Kiev e di gran parte dell’opinione pubblica ucraina: la storia dello stesso Patriarcato di Mosca, che fu approvato nel 1589, insegna che Costantinopoli ha sempre guardato a Kiev come un possibile contrappeso a Mosca, per limitarne l’eccesso di invadenza nel mondo ortodosso.

Dopo l’invasione di Costantinopoli da parte di Maometto II nel 1453, il regno russo era rimasto l’unico Paese ortodosso libero e autonomo, mentre tutti gli altri erano controllati dalla Sublime Porta. Una parte consistente degli ortodossi russi, nei territori dell’odierna Ucraina, costituivano un’importante minoranza del regno di Polonia e Lituania. Di ritorno da Mosca, il patriarca Geremia II di Costantinopoli propose proprio a loro di formare anche il Patriarcato di Kiev. L’intervento del re polacco Sigismondo III portò infine alla proclamazione dell’Unione degli ortodossi ucraini con la Chiesa di Roma nel 1596, al Sinodo di Brest-Litovsk, come risposta al patriarcato “imperiale” dei russi.

Per decenni, russi e polacchi, con l’ondivaga alleanza dei cosacchi, si contesero le terre a destra e a sinistra del Dnepr, chiamate con vari nomi: Galizia, Volynia, Piccola Russia, e anche territori ukrainy, cioè “ai confini”. Nel 1689 Mosca si riprese anche la giurisdizione sugli ortodossi di Kiev, sempre con la benedizione “forzata” di Costantinopoli; rimasero uniti a Roma i territori occidentali, dove anche oggi risiedono in maggioranza gli “uniati” greco-cattolici. In realtà i greci tentano da sempre di imporre a Mosca la gerarchia patriarcale Mosca – essi dicono - è solo “figlia” di Costantinopoli, e una figlia minore rispetto alla stessa Kiev, “madre di tutte le città russe”. Ciò che i russi, in realtà, non hanno mai potuto digerire.

Le dispute di questi anni non fanno altro che reiterare le antiche diatribe, cercando di arrivare alla resa dei conti. Ne è ben consapevole il quasi novantenne patriarca Filaret (Denisenko), auto-proclamato primate della Chiesa Ortodossa in Ucraina dal 1992, quando perse l’elezione a patriarca di Mosca rispetto all’avversario Aleksij (Ridiger), predecessore dell’attuale patriarca Kirill (Gundjaev). A dicembre del 2017 Filaret spiazzò i russi, riuniti nel grande Sinodo giubilare per i cento anni della restaurazione del patriarcato, rivolgendo loro un appello alla riconciliazione.

I russi non hanno preso molto sul serio l’iniziativa dell’anziano patriarca (o ex-metropolita, da loro scomunicato), ben conoscendone l’audacia e la capacità di trasformismo, che già ai tempi sovietici aveva fama di essere un gerarca molto rispettato. In effetti, il capo degli ortodossi autonomisti ucraini è anche uno dei maggiori ispiratori della richiesta di autocefalia al patriarca di Costantinopoli, come ha confermato in una conferenza a Bruxelles dello scorso 3 maggio.

Intervenendo al parlamento europeo, Denisenko ha spiegato i motivi per cui “l’Ucraina è Europa… Più di 1000 anni fa, i nostri popoli hanno fatto la loro scelta di civiltà: hanno scelto la civiltà cristiana europea, si sono uniti alla comunità delle nazioni europee”. Parlando dell’importanza di costruire l’Europa “sulla pietra, e non sulla sabbia”, Filaret ha invocato la legalità contro la corruzione, la solidarietà contro l’esclusione, chiedendo ai politici europei di sostenere le aspirazioni degli ucraini alla vera autonomia, anche ecclesiastica.

Dopo aver ricordato che da quattro anni l’Ucraina si sta difendendo “dall’aggressione russa”, il patriarca ha ringraziato gli europei per aver sostenuto le sanzioni contro Putin, anche a costo di sacrifici economici, per impedire ai russi di “ripristinare il sistema che esisteva dopo la conferenza di Yalta, cioè il sistema di un mondo diviso e di un'Europa divisa”. Egli stesso ha ricordato la richiesta del Tomos di autocefalia, necessaria perché “l'Ucraina rimane l'unico Paese con una popolazione prevalentemente ortodossa, che non ha una propria Chiesa locale riconosciuta, sebbene abbia cercato tale riconoscimento dal ripristino dell'indipendenza”. Secondo Filaret, la Chiesa fedele a Mosca gode dell’appoggio soltanto del 12% della popolazione, mentre la Chiesa ucraina autonoma conta su quasi il 40%.

Nella conferenza del prelato ucraino è risuonata anche l’accusa al Cremlino di usare il Patriarcato di Mosca come “uno degli strumenti della diffusione dell'ideologia della ‘misura russa’ - quell'ideologia, che è alla base dell'aggressione dell'Ucraina, della Georgia e della Moldavia”, e si chiede al parlamento europeo di sostenere i leader ortodossi che si oppongono a questa ideologia, a partire dallo stesso Bartolomeo. Il Patriarca ecumenico, secondo Filaret, “è un vero leader dell'Ortodossia europea; l'ortodossia non è ostile all'Europa, come nell’interpretazione di Mosca, ma costituisce la fondazione cristiana dell'Europa insieme al cattolicesimo e al protestantesimo”.

Gli ucraini, i “confini” orientali dell’Europa, ripropongono quindi una questione d’identità civile e religiosa, per evitare uno scisma che si riversi sulla coscienza di tutti i cristiani, e di tutti gli europei.

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