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» 04/05/2006 13:30
ASIA
Primo maggio: molte manifestazioni sfociano in proteste violente

In numerosi Paesi asiatici, i lavoratori denunciano che i Governi li privano di diritti essenziali, per essere competitivi con la  Cina. I lavoratori – ammonisce mons. Lagdameo - non debbono essere privati dei frutti del loro lavoro.



Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Profondo malessere nel mondo del lavoro: questo hanno mostrato le manifestazioni del primo maggio in molti Paesi del sud est asiatico, con i governi accusati di essere più attenti a copiare il "miracolo" cinese che a curare le esigenze della popolazione.

"Nelle Filippine – ricorda in una dichiarazione mons. Angelo Lagdameo, Presidente della Conferenza episcopale filippina – troppo spesso i lavoratori sono privati della loro parte dei frutti della loro opera". Lavoro e capitale "sono interdipendenti e complementari e entrambi contribuiscono al benessere sociale" e portano "il progresso economico". Ma il lavoro – prosegue - ha priorità sul capitale. La storia dimostra che il conflitto tra queste due forze è disastroso per l'intera società. La Festa del lavoro – ha concluso – è occasione per riconoscere come il lavoro sia causa di progresso e sviluppo della società.

Ma nell'intera regione le manifestazioni sono sfociate in dure proteste. Ieri a Jakarta tra 20 e 50 mila lavoratori si sono radunati davanti al Palazzo del Parlamento, urlando "Non cambiate le leggi", lanciando pietre contro la polizia e bruciando pneumatici. La polizia li ha dispersi con gas lacrimogeni e getti d'acqua. I sindacati protestano che la nuova legge diminuisce i diritti e le paghe dei lavoratori, mentre il Governo insiste che è necessaria per rendere il Paese "più competitivo" e attirare maggiori investimenti esteri, che ora preferiscono Paesi come la Cina dove i lavoratori hanno paghe più basse e minori diritti.

A Manila il primo maggio la polizia ha fermato migliaia di manifestanti diretti verso il palazzo del presidente, per paura di proteste anti governative e nel ricordo di quelle del primo maggio 2001 che portarono alla caduta del presidente Joseph Estrada.

In Cambogia, centinaia di lavoratori si sono radunati, sfidando il divieto di fare manifestazioni. Ma la polizia li ha subito fermati e ha arrestato il leader sindacale Chea Mony.

In Thailandia i lavoratori hanno marciato chiedendo un aumento del 25% del salario minimo.

In Cina il primo maggio è l'inizio di una settimana di vacanza per i lavoratori. Ma il 76% dei lavoratori migranti rurali nella grandi città – secondo un rapporto di aprile del Consiglio di Stato – lavorano anche questi giorni senza nessuna paga extra, fino a 11 ore e più di 26 giorni al mese, come sempre. Solo il 13,7% dei lavoratori migranti lavora non più di 8 ore al giorno – dice il rapporto – mentre il 40,30% lavora tra 8 e 9 ore, il 23,48% tra 9 e 10 e il 22,50% oltre 10 ore giornaliere. L'art. 36 della Legge cinese sul lavoro vieta di lavorare più di 8 ore al giorno e 44 ore la settimana e prevede che il lavoro extra va concordato con il sindacato e prestato solo da volontari.

Circa 700 milioni di lavoratori cinesi – dice la Confederazione internazionale dei liberi sindacati (Icftu) – sono pagati meno di due dollari Usa al giorno. "La competitività cinese – dice l'Icftu in un rapporto – è basata sullo sfruttamento dei suoi lavoratori. La gente lavora 60-70 ore la settimana, vive in dormitori dove ci sono da 8 a 16 persone per stanza, guadagna meno del salario minimo che già parte da solo 44 dollari al mese, e spesso chi subisce infortuni sul lavoro viene licenziato". Il documento critica anche l'Organizzazione mondiale del commercio perché non considera le ragioni su cui si fonda il boom economico cinese. "L'esperienza cinese – prosegue – dimostra che la liberalizzazione del commercio da sola e il successo nell'esportazione  non assicurano il progresso e lo sviluppo sociale", ma hanno creato "uno dei Paesi con maggiori disuguaglianze nel mondo". (PB)


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