05/11/2016, 11.20
TURCHIA
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Repressione interna e sogni neo-ottomani di Ankara preoccupano la comunità internazionale

Un tribunale ha ordinato la custodia cautelare in attesa di processo per nove giornalisti. In carcere anche i vertici del principale partito di opposizione curdo. Ankara accusa il Pkk dell’attacco di ieri a Diyarbakir, rivendicato dallo Stato islamico. Preoccupazione in Occidente per le migliaia di arresti, la democrazia è “al collasso”. Aleppo, Raqqa e Mosul nel mirino dell’espansionismo turco. 

 

Istanbul (AsiaNews) - Un tribunale di Istanbul ha disposto la custodia cautelare in carcere, in attesa di processo, per nove giornalisti del quotidiano di opposizione turco Cumhuriyet, già finito in questi mesi nel mirino delle autorità di governo. A darne la conferma è l’agenzia ufficiale Dogan, secondo cui fra le persone fermate a inizio settimana e rinchiuse in prigione vi sono anche i vertici del giornale, tra i quali il direttore Murat Sabuncu, l’editorialista di punta Kadri Gursel e il vignettista Musa Kart. Per tutti l’accusa è di essere legati ai ribelli curdi e di aver fiancheggiato il (fallito) colpo di Stato in Turchia del luglio scorso.

Ieri, intanto, le autorità turche hanno disposto la custodia cautelare per i due presidenti Selahattin Demirtas e Figen Yüksekda, e tre deputati di primo piano del principale partito di opposizione, il filo-curdo Partito Democratico dei Popoli (Hdp). Anche questi fermi sono da inquadrare nella politica di repressine lanciata dal governo e dal presidente Recep Tayyip Erdogan contro (presunti) autori del fallito golpe, fra i quali i sostenitori del predicatore islamico Fethullah Gülen, ritenuto la mente del colpo di Stato.

Dal suo esilio negli Stati Uniti, egli continua a negare ogni coinvolgimento nella vicenda, in cui sono morte 270 persone, migliaia i feriti.

A emanare il mandato di arresto nei confronti dei vertici dell’Hdp i giudici della Corte di primo grado di Diyarbakir, città del sud-est della Turchia a maggioranza curda teatro ieri di un attentato contro una caserma di polizia. Nello scoppio di un’autobomba sono morte nove persone, circa un centinaio i feriti. 

Il primo ministro turco Binali Yildirim ha subito accusato i membri del Pkk [il partito indipendentista curdo] del gesto, che avrebbe “mostrato di nuovo il suo volto perfido”. In realtà, nel tardo pomeriggio di ieri l’agenzia Amaq, organo ufficiale di propaganda dello Stato islamico (SI), ha affermato che dietro l’esplosione a Diyarbakir vi sono i jihadisti del sedicente “Califfato”. 

Dalla metà di luglio le autorità turche hanno arrestato 37mila persone; altre 100mila sono state indagate o sospese dal servizio. Le purghe hanno coinvolto intellettuali, oppositori politici, dissidenti, militari, funzionari pubblici, insegnanti, giudici e cittadini accusati di “simpatie” verso il predicatore islamico Gülen.

Un giro di vite che ha sollevato le proteste dell’opposizione interna e le preoccupazioni sempre più crescenti della comunità internazionale. Commentando gli arresti, il partito Hdp parla di “fine della democrazia” nel contesto di una campagna di repressione che ha portato anche al blocco di internet e dei social network per gran parte della giornata di ieri. Nel mirino Facebook, Twitter e YouTube. 

Da qui la decisione dei vertici dell’Unione europea di “richiamare” gli ambasciatori ad Ankara dei Paesi membri Ue per una “riunione” urgente. Il ministro tedesco degli Esteri ha convocato l’incaricato d’affari turco a Berlino, per discutere “degli ultimi sviluppi” nel Paese. Anche gli Stati Uniti si sono detti “profondamente turbati” per gli ultimi fermi. Il portavoce del ministero degli Esteri di Parigi ha parlato di “viva preoccupazione” di fronte agli sviluppo di questi giorni. 

Analisti ed esperti internazionali confermano i timori delle cancellerie occidentali per una campagna di repressione che rischia di “affondare” la democrazia in Turchia. Intervistato da L’Orient-Le Jour (LOJ) Jean Marcou, esperto di Turchia e professore alla Sciences Po di Grenoble, sottolinea che dietro questa campagna vi è il tentativo di Erdogan di “modificare gli equilibri” in Parlamento al fine di “riformare la Costituzione” in chiave presidenziale; in questo modo egli potrebbe accentrare nelle proprie mani tutti i poteri, riducendo l’opposizione “al silenzio”.

“La democrazia in Turchia - aggiunge l’analista - sta scomparendo, è al collasso” e questo emerge anche nella scelta dei rettori che, da oggi, è appannaggio esclusivo dell’esecutivo, “senza tenere conto delle indicazioni del consiglio universitario”. Questa campagna di repressione potrebbe infine spingere la minoranza curda a “rilanciare la lotta armata e violenta”, a fronte di una riduzione progressiva dello spazio in Parlamento. Una prospettiva che potrebbe riguardare soprattutto le nuove generazioni curde. 

Alla repressione interna lanciata dai vertici di Ankara si affianca la politica estera in chiave imperialista, che mira - secondo i progetti dello stesso presidente Erdogan - a riformare quello che un tempo era l’impero Ottomano. La chiave di questo progetto ambizioso passa attraverso tre città strategiche, oggi al centro dell’attenzione del panorama internazionale: Mosul in Iraq, Raqqa e Aleppo in Siria. Coinvolte in una guerra regionale e internazionale che vede contrapposte Russia e Stati Uniti, Arabia Saudita e Iran, eserciti governativi e milizie ribelli, jihadisti e Stato islamico, queste tre realtà sono essenziali per ricostruire quello che un tempo era il dominio turco sulla regione. Da qui le tensioni fra Ankara e Baghdad, e l’ambivalenza del governo turco in politica estera nei riguardi di Mosca e Washington. A sostenere le mire imperialiste di Erdogan vi sono i media filo-governativi, come il quotidiano Yeni Safak secondo cui per ragioni storiche “Mosul e Aleppo devono essere restituite alla Turchia”.

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