09/11/2018, 10.55
ARABIA SAUDITA - BANGLADESH
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Riyadh vuole deportare in Bangladesh centinaia di rifugiati musulmani Rohingya

Entrati in Arabia Saudita con passaporti contraffati durante il periodo del pellegrinaggio, vivono da anni nei centri di detenzione. Il governo saudita ha avviato le procedure per il rimpatrio “forzato” e “contro la loro volontà”. Il regno wahhabita non ha mai attuato un programma di accoglienza, né sottoscritto la Convenzione sui rifugiati del 1951. 

 

Riyadh (AsiaNews) - L’Arabia Saudita trattiene da anni in modo forzato in appositi centri di detenzione centinaia di uomini, donne e bambini di etnia Rohingya, minoranza musulmana dell’ovest del Myanmar in fuga dal Paese asiatico perché oggetto di persecuzioni. Nelle scorse settimane il governo di Riyadh ha avviato le procedure per il rimpatrio “forzato” e “contro la loro volontà” in Bangladesh di questi rifugiati.

Secondo fonti di Middle East Eye, dietro il programma di deportazioni vi sarebbe l’ordine dato dai sauditi a Dhaka di “riprendersi” gli immigrati irregolari da tempo sul proprio territorio. Il timore di attivisti e associazioni pro diritti umani è che una volta rientrati in Bangladesh, essi vengano rimandati oltreconfine in Myanmar - dove rischiano nuove persecuzioni - o rinchiusi in campi profughi in condizioni disumane

Molti dei Rohingya a rischio rimpatrio sono giunti in Arabia Saudita nel 2011, in occasione del pellegrinaggio maggiore alla Mecca (Hajj), sfruttando passaporti contraffatti. Abbandonato il Myanmar per sfuggire alle violenze della maggioranza buddista [dal 2016 almeno 700mila hanno lasciato le loro case nel Rakhine, ndr], essi speravano di trovare un lavoro e ricostruirsi una vita nella nazione guida al mondo per l’islam sunnita.

Tuttavia, il governo di Riyadh negli ultimi anni ha lanciato una serie di campagne di repressione contro lavoratori irregolari e immigrati senza permesso, che ha finito per colpire anche la minoranza musulmana del Myanmar. Quanto sono in attesa di rimpatrio affermano di possedere carte di identità del Myanmar (non del Bangladesh), che dimostrerebbero le loro origini e lo status di rifugiati politici per le persecuzioni subite. 

In caso di rimpatrio, prevale il senso di sfiducia e la paura di nuove violenze: “Cosa faremo quando ci riporteranno in Bangladesh?” confida un uomo, che vuole restare anonimo. “Non avremo altra scelta - aggiunge - che ucciderci”. Un timore condiviso da diverse associazioni attiviste, che si appellano al governo di Riyadh perché interrompa il piano di “deportazioni forzate” in Bangladesh. 

Il piano di rimpatri è iniziato a pochi giorni di distanza dalla visita a metà ottobre in Arabia Saudita della premier del Bangladesh Sheikh Hasina, che a Riyadh ha incontrato le massime autorità del regno fra cui il principe ereditario Mohammed bin Salman (Mbs). Nel contesto della quattro giorni, il numero due di casa Saud ha elogiato il piano di sviluppo promosso da Dhaka e la “risposta” alla crisi-Rohingya. Egli ha quindi auspicato un rafforzamento della cooperazione militare. 

Molti dei Rohingya sono entrati anni fa in Arabia Saudita con passaporti contraffatti di diverse nazioni asiatiche: Bangladesh, Bhutan, India, Nepal e Pakistan. La speranza comune era di abbandonarsi alle spalle persecuzioni e violenze, ricostruendosi una nuova vita. Un sogno cancellato dai raid delle squadre anti-immigrazione saudite, che hanno rinchiuso la maggior parte di uomini, donne e bambini nel centro di detenzione Shumaisi a Jeddah. 

All’interno del campo le guardie saudite hanno sequestrato i loro telefono cellulari e perpetrato nuovi abusi e violenze. Testimoni oculari citati da Middle East Eye parlano di colpi al petto e altre forme di “tortura” per estorcere confessioni. Gli immigrati Rohingya hanno dovuto inoltre firmare un documento in cui si dichiarano “in pieno possesso” delle facoltà mentali, così da agevolare il loro rimpatrio in Bangladesh.

Ad oggi né il ministero degli Esteri del Bangladesh, né il suo ambasciatore a Riyadh (né tantomeno le autorità saudite) hanno voluto rilasciare un commento ufficiale sulla vicenda. L’Arabia Saudita non ha mai attuato un programma ufficiale di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo e non ha nemmeno firmato la Convenzione sui rifugiati del 1951, che riconosce loro il diritto al lavoro, ai documenti di viaggio e libertà di movimento.

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