17/09/2019, 08.53
M. ORIENTE - RUSSIA
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Russia, Iran e Turchia unite per la pace in Siria, divise sulla minaccia jihadista

Nell’incontro di ieri ad Ankara Putin, Erdogan e Rouhani hanno auspicato vie “durature” per la fine del conflitto. Il presidente turco chiede una maggiore assunzione di “responsabilità”. La questione umanitaria e i timori di una nuova ondata di profughi. Mosca preoccupata da una nuova ascesa dell’Isis.

Ankara (AsiaNews/Agenzie) - Cercare vie di pace “durature”, a fronte di una nuova escalation del conflitto siriano, acuita di recente dagli attacchi delle forze governative siriane contro ribelli e jihadisti nel nord-ovest. Con questo obiettivo si è tenuto ieri ad Ankara un nuovo summit fra il padrone di casa, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, l’omologo iraniano Hassan Rouhani e il leader del Cremlino Vladimir Putin. Tuttavia, pur davanti all’impegno comune per una de-escalation della guerra, appaiono discordi sui passi da compiere e, soprattutto, sull’attuale consistenza della minaccia dello Stato islamico (SI, ex Isis). 

Erdogan ha parlato di “periodo” in cui è richiesta “una maggiore assunzione di responsabilità per la pace in Siria” ed è “nostro” [il riferimento è a Turchia, Russia e Iran] il “peso maggiore da portare” per mettere fine agli otto anni di conflitto. Fra i tre leader, ha aggiunto, vi è l’opinione comune che è sempre più necessaria una “soluzione politica” per risolvere la crisi in Siria.

Nell’incontro di ieri ad Ankara, Turchia, Russia e Iran - su fronti opposti nel conflitto, con Ankara vicina ai ribelli, mentre Teheran e Mosca sostengono Damasco - hanno concordato sul bisogno di allentare la tensione a Idlib, ultima roccaforte jihadista e ribelle del Paese. Nel comunicato congiunto diffuso in serata i tre leader si sono detti allarmati per il rischio di un possibile deterioramento della situazione umanitaria nella provincia nord-occidentale siriana, confinante con la Turchia. Al riguardo, vanno presi “passi concreti” per fermare le violazioni alla tregua negoziata in passato fra le tre nazioni. 

Il riferimento è agli esiti dei colloqui di Astana del passato, in cui si era raggiunto un accordo di massima per una tregua a Idlib per ragioni umanitarie. Tuttavia, a più riprese i due fronti hanno violato il cessate il fuoco ed è reale il pericolo di una grave escalation che potrebbe innescare un nuovo esodo di profughi oltreconfine e in direzione dell’Europa. 

Restano però le divisioni di fronte ai gruppi jihadisti, in particolare lo Stato islamico. “Certo che siamo preoccupati per la situazione nel nord-est della Siria, dove vi sono cellule dormienti dell’Isis che stanno emergendo” ha dichiarato il presidente russo Putin. Una nota arrivata a pochi minuti di distanza dalle parole di Erdogan, secondo il quale la sola minaccia nell’area è rappresentata dai gruppi militanti curdi. 

Nel comunicato non vi sono riferimenti agli attacchi alle raffinerie petrolifere del fine settimana in Arabia Saudita. Tuttavia, il presidente iraniano Rouhani ha parlato di risposta “del popolo yemenita” all’aggressione in atto al loro Paese. Stanno esercitando, ha aggiunto, “il diritto legittimo alla difesa […] a una aggressione in atto da anni”. 

Rouhani ha quindi aggiunto che la diplomazia è l’unico mezzo e la sola soluzione possibile per mettere fine alla crisi e ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare le truppe dal nord-est del Paese. Tuttavia, l’attenzione resta concentrata su Idlib in cui è necessario secondo i tre leader “normalizzare” la situazione e rispondere all’emergenza rifugiati.

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