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    » 05/02/2014, 00.00

    SIRIA

    Sacerdote gesuita: Ad Homs moriamo di fame

    Paul Dakiki

    Il p. Frans Van der Lugt non ha mai lasciato Homs e la residenza gesuita nella città colpita dal regime e dai ribelli. Egli accoglie tutti, cristiani e musulmani. E' rimasto l'unico sacerdote per 66 fedeli. L'assedio che dura da oltre un anno fa impazzire e morire la popolazione. E' urgente far crescere la fiducia e la collaborazione fra regime e ribelli.

    Damasco (AsiaNews) - Ad Homs, nella città vecchia, si muore di fame. E' l'appello che p. Frans Van der Lugt, gesuita di 75 anni, vuole far giungere alla comunità internazionale. La scorsa settimana, proprio mentre ai colloqui di pace sulla Siria (Ginevra II) si discuteva su possibili corridoi umanitari in alcune zone del Paese (anche ad Homs), è stato postato su internet un video con un'intervista al sacerdote che, seduto davanti all'altare della sua chiesetta, chiedeva al mondo di ricordare che i siriani stanno soffrendo e che diversi "impazziscono per la fame".

    La città vecchia di Homs , abitata da alcune migliaia di persone, è presieduta dai ribelli e da più di un anno - dal giugno 2012 - è sottoposta a un assedio che non permette i rifornimenti. In più bombardamenti e cecchini rendono difficile anche girare per le strade.

    Il fatto che il video provenisse dalla zona dei ribelli, ha spinto qualcuno a liquidarlo subito come una pubblicità di parte. In realtà, la testimonianza di p. Van der Lugt supera ogni partigianeria.

    Nato il 10 aprile 1938 in Olanda, p. Frans è entrato nella Compagnia di Gesù il 7 settembre 1959 ed è stato ordinato il 29 maggio 1971. Fa parte della Provincia gesuita del Vicino oriente.

    Vive in Siria dal 1966, al servizio in particolare dei giovani. A Homs è vicario episcopale (ma non vescovo) per i Latini della regione. Prima della guerra, "nella città vecchia vi erano 60mila cristiani". Ora egli si trova "solo con 66 fedeli".

    Dall'inizio della rivoluzione siriana p. Frans non si è mosso un solo giorno dalla residenza dei gesuiti, spesso presa di mira dal regime e dall'opposizione. In questa situazione precaria e rischiosa, egli ha accolto in modo fraterno musulmani e cristiani, pro-regime e ribelli. Decine di persone alloggiano con lui da mesi. Nella carestia che dura da più di un anno, ha sempre fornito da mangiare a tutti quanti. Ma nell'ultimo periodo non ha più un pezzo di pane da dare, e ha visto morire di fame varie persone.

    "Cristiani e musulmani - dice nel video -  viviamo in condizioni difficili e dolorose, e soffriamo soprattutto per la fame". Il sacerdote parla di aver visto bambini morire per mancanza di cibo e per mancanza di medicine.

    "Noi amiamo la vita - afferma - e non vogliamo morire o annegare in un oceano di morte e sofferenze". Un cartello giallo messo vicino all'altare riporta: "morire di fame è più doloroso che morire di armi chimiche". L'ironia amara si riferisce alla mobilitazione internazionale contro le armi chimiche usate in Siria e la freddezza con cui la scorsa settimana al Ginevra II non si è giunti ad alcun accordo sui corridoi umanitari proprio a Homs. Damasco permetteva a donne e bambini di lasciare la zona assediata. Gli uomini, invece, per uscire, dovevano registrarsi. I ribelli hanno avuto timore di vendette e le donne si sono dette contrarie a lasciare i loro mariti e in conclusione l'assedio continua, con il suo carico di fame e di pazzia.

    Secondo p. Van der Lugt, che è anche uno psicoterapeuta,  la fame sta "rendendo la gente folle". "Alcuni ora soffrono di malattie mentali, neurosi, attacchi di panico, psicosi, paranoia e episodi di schizofrenia".

    In alcune interviste pubblicate sul Telegraph e sull'Orient le Jour, p. Frans mostra un certo scetticismo verso i dialoghi di pace, che dovrebbero riprendere la prossima settimana. Per lui, le delegazioni riunite nei grandi hotel di Montreux o di Ginevra "parlano di noi, ma non vivono con noi. Dovrebbero parlare di ciò che noi pensiamo e non di ciò che è buono per loro".

    Per il sacerdote è importante che il regime e i ribelli abbiano a crescere nella fiducia reciproca. "Se vi è fiducia, allora i dialoghi potranno essere produttivi. In caso contrario, non andranno mai avanti,  che si tengano a  Ginevra, Parigi, Londra o Honolulu".

     

     

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