06/05/2014, 00.00
BRUNEI - ISLAM
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Sharia in Brunei, celebrità e uomini d’affari contro il Sultano

Il magnate e fondatore del gruppo Virgin Richard Branson ha deciso di boicottare una catena di hotel legata al Sultanato. L’applicazione della legge islamica nel mirino di associazioni e movimenti pro diritti umani. Sempre più a rischio la libertà religiosa per i non musulmani.

Bandar Seri Begawan (AsiaNews/Agenzie) - Non solo le organizzazioni internazionali e gli attivisti pro-diritti umani, ora anche celebrità e uomini d'affari da copertina si scagliano contro il Sultano del Brunei per aver introdotto la controversa Sharia, la legge islamica, nel Codice penale del Paese. È di questi giorni la notizia secondo cui il noto magnate e fondatore del gruppo Virgin, Richard Branson, ha deciso di boicottare una famosa catena di hotel legata al capo indiscusso del Sultanato. I suoi dipendenti, spiega il multimiliardario, non alloggeranno più negli hotel della catena Dorchester Collection, che comprende il Dorchester a Londra e il Beverly Hills Hotel a Los Angeles. 

La Dorchester Collection è di proprietà della Brunei Investment Agency, un fondo sovrano riconducibile al ministero delle Finanze del Sultanato. Per ora né la direzione della catena di hotel, né funzionari di Stato del Brunei hanno voluto commentare la notizia. Resta però l'ondata di critiche, interne e internazionali, che ha sollevato la decisione di applicare la legge islamica nel Paese; un scelta contestata anche da Ong e istituzioni di alto profilo, fra cui l'agenzia per i diritti umani delle Nazioni Unite. 

La scorsa settimana il 67enne sultano Hassanal Bolkiah ha introdotto la legge islamica, che si applica a musulmani (e non) e prevede condanne a morte per lapidazione agli adulteri e omosessuali, amputazione degli arti ai ladri, fustigazioni per altri reati quali aborto e consumo di alcol, pena di morte per blasfemia. Per i cattolici l'introduzione della Sharia rappresenta una "sfida e occasione" al tempo stesso. Le pressioni esercitate dal potere politico sono sottili ma costanti, la stampa locale non perde occasione per parlare di conversioni dal cristianesimo all'islam; per il percorso inverso ora è prevista la pena di morte per apostasia. 

Il Brunei diventa così la nazione dell'Asia del Sud-est in cui l'applicazione della legge islamica, a differenza di Malaysia e Indonesia, assume una forma sempre più draconiana e riguarda tutti i cittadini, a prescindere dalla fede religiosa professata. La reazione di uomini d'affari e personalità di copertina, fra cui lo star-system californiano, è giustificato dal fatto che lo Stato possiede alcuni fra i luoghi più richiesti ed esclusivi di Hollywood. 

Tuttavia, anche a fronte di una "crociata" lanciata dal mondo dello spettacolo statunitense (cui si è unito anche il popolare conduttore tv Jay Leno) e del jet-set degli affari, il Sultano non dovrebbe certo subire particolari contraccolpi: Hassanal Bolkiah è una delle persone più ricche del mondo, con un patrimonio personale di 20 miliardi di dollari, un parco auto da collezione del valore di 4 miliardi (e 7mila esemplari), oltre che un palazzo da quasi 1.800 stanze. 

Il Sultanato del Brunei è un piccolo Stato sull'isola del Borneo, che condivide con altre due nazioni di dimensioni ben più grandi: Indonesia e Malaysia. È un Paese sviluppato e fra i più ricchi al mondo. La lingua ufficiale è il malay, ma sono di uso comune anche l'inglese e il cinese assai diffusi nella popolazione. Quasi il 70% degli abitanti di questa monarchia assoluta è di religione musulmana e di etnia Malay, il 13% buddisti di origine soprattutto cinese, seguiti da popolazione indigena e altri gruppi minori; il 10% dice di non professare alcuna religione, mentre i cristiani - metà dei quali cattolici di cui il 70% migranti filippini, il 20% indonesiani e il rimanente popolazione indigena - sono circa il 10% del totale.

 

 

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