29/04/2011, 00.00
SIRIA
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Siria: patriarca melkita, timori di un futuro fatto solo di caos e fondamentalismi

di Bernardo Cervellera
Intervista con Gregorio III Laham, patriarca melkita di Damasco. Dubbi sull’identità di coloro che guidano le rivolte. Anche oggi manifestazioni e violenze in molte città. E’ il “Giorno dell’ira” e per la prima volta l’invito a scendere in piazza viene anche dai “Fratelli musulmani”.
Roma (AsiaNews) - Le rivolte e le violenze in Siria sono una grande preoccupazione per le Chiese cristiane del Paese. Anche oggi, “Giorno dell’ira”, nel quale per la prima volta scendono in piazza i Fratelli musulmani, notizie di manifestazioni e repressione, con morti e feriti giungono, oltre che da Deraa, da Damasco, Latakia, Homs, Houran, Deir Zoour e altre città. C’è grande timore che per il futuro, che produca solo caos o governi fondamentalisti che lascino ai cristiani solo la scelta di emigrare all’estero. È quanto Gregorio III Laham, patriarca melkita di Antiochia e di tutto l’Oriente, ha detto quest’oggi ad AsiaNews.
Il patriarca ha sottolineato la partecipazione dei cristiani al dolore e alle sofferenze della popolazione. Per rispetto delle morti avvenute nelle ultime settimane - almeno 500 da quando sono iniziate le manifestazioni anti-Assad - le feste di Pasqua sono state celebrate senza musica o processioni, per rispetto del lutto. Gregorio III esprime però dubbi sull’identità di coloro che guidano le rivolte (criminali? Fondamentalisti? Jihadisti?) facendo crescere le preoccupazioni per il futuro. Per il patriarca melkita occorre trovare la via per evitare una rivoluzione violenta e fare progressi nella stabilità. Per questo Sua Beatitudine ha scritto lettere a Paesi europei e delle Americhe perché prevengano la caduta del Paese nel caos e si affrettino a risolvere il problema israelo-palestinese, vera priorità per la pace in Medio oriente e nel mondo.
 
 
Beatitudine, come vede da cristiano la situazione in Siria?
I movimenti e le rivolte che stanno scuotendo la Siria preoccupano le Chiese e i cristiani. Non tanto per il presente, ma per il futuro, per cosa ci aspetta. In passato, dopo ogni rivolta in Medio oriente si è avuta una vasta emigrazione di cristiani in Europa, America o Australia. Temo che anche adesso succederà la stessa cosa, lasciando ancora più vuoto nelle comunità cristiane.
Alcune personalità musulmane sono preoccupate anch’esse per un possibile svuotamento dei cristiani in Siria. E chiedono che sia difesa la loro presenza.
 
Vi sono stati problemi per le comunità cristiane?
Finora le rivolte non hanno avuto nessun carattere confessionale, di conflitto islamo-cristiano. Anzi, durante le manifestazioni a Homs, Aleppo e Damasco, giovani musulmani si sono offerti per proteggere le chiese, costituendo cordoni di sicurezza attorno agli edifici per prevenire gesti criminali.
Per solidarietà agli uccisi negli scontri delle scorse settimane, i cristiani hanno celebrato i riti della Settimana Santa e della Pasqua in modo molto sobrio, senza processioni, musiche e feste, proprio per partecipare ai lutti della popolazione.
Allo stesso tempo stiamo cercando di avere un ruolo di mediatori nei contrasti che sono emersi nella società siriana, perché la tensione non cresca fino all’inevitabile. Personalmente ho inviato lettere a 15 Paesi europei, agli Stati Uniti, e nelle Americhe domandando ai rispettivi governi di aiutare a migliorare la situazione senza alcuna “rivoluzione” violenta.
 
Che idea ha dei rivoltosi?
L’impressione che abbiamo dall’interno è che sui problemi sociali ed economici si stanno inserendo gruppi che fanno di tutto per provocare il governo a usare la violenza. In tal modo si fa crescere la tensione fino a giungere a una condanna da parte della comunità internazionale per attuare un cambiamento di regime guidato dall’esterno. Tutta questa operazione ha degli aspetti di mistero: vi sono criminali che partecipano alle manifestazioni; vi è introduzione massiccia di armi nel Paese per provocare lo scontro….
Il futuro è molto incerto e inoltre non si sa dove va a parare, non si sa chi siano. Certo, vi sono giovani frustrati, ma molti dicono che fra loro ci sono criminali e anche musulmani fondamentalisti che gridano al jihad. Per questo noi temiamo che lasciando spazio alla violenza si provochi solo il caos. Penso che nei confronti della Siria si stia usando la tattica di un guerra di usura.
 
Perché in occidente vi è questa esaltazione verso la rivoluzione siriana e la pesante accusa verso le violazioni ai diritti umani?
Vi sono problemi politici e pressioni per scuotere gli equilibri del Medio oriente: le alleanze con l’Iran [da parte della Siria –ndr], l’inquietudine di Israele… In tutte le cose che accadono in Medio oriente, vi è sempre il legame con il conflitto israelo-palestinese: crisi, guerre, emigrazione… Da 62 anni siamo in questa situazione. Per questo ho mandato la lettera ai governi europei e americani e li ho invitati di fare pressione sui loro governi perché il problema israelo-palestinese sia affrontato come priorità: solo in questo modo ci sarà meno emigrazione, meno terrorismo, meno fondamentalismo, meno violenza.
Questa è la mia missione ed è quella che ho sottolineato anche al Sinodo dei vescovi lo scorso ottobre e il papa lo ha apprezzato. La pace è importante anche per l’avvenire del dialogo islamo-cristiano in Siria e nel mondo. Se la crisi continua a far emigrare i cristiani, il mondo arabo diventa solo islamico e si rischia un conflitto culturale fra mondo arabo-islamico e mondo occidentale-cristiano.
La presenza dei cristiani in Medio oriente salva l’arabità del Medio oriente per non ridurlo a puro islamismo. Se la Siria viene aiutata a superare questa situazione di caos, verso una stabilità garantita dal dialogo con la popolazione, l’avvenire sarà migliore per tutti.
 
Il dominio della famiglia Assad è una cosa positiva per la Siria?
In questi 40 anni la Siria ha fatto passi da gigante nell’agricoltura, nell’economia, nell’educazione anche universitaria, generando molti posti di lavoro. C’è meno sviluppo sull’aspetto socio-politico, ma la vita di tutti i giorni della gente è migliorata in modo sensibile. Anche sulla libertà religiosa vi sono molti progressi. Qualche mese fa ho potuto organizzare – con la sponsorizzazione del governo – un incontro internazionale sui frutti del Sinodo del Medio oriente (celebrato in Vaticano lo scorso ottobre), con la partecipazione di almeno 3500 personalità, quattro patriarchi, 13 Chiese.
Per quanto riguarda le riforme politiche, dobbiamo ricordare che nel Medio oriente arabo, oltre al Libano, non vi sono democrazie. Ci sono partiti, elezioni, ma i governi cercano di controllare tutta la società. E questo in tante situazioni è anche necessario.
 
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