19/05/2009, 00.00
SRI LANKA
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Sri Lanka: Io, fuggito insieme ai profughi tamil, nella terra di morte

di Riccardo Piol
La testimonianza di un volontario tamil, che ha vissuto la tragedia degli ultimi anni di guerra nel nord del Paese, sino alla capitolazione delle Tigri. La fame, i bombardamenti, i bambini soldato. Mancano all’appello almeno 70 mila profughi.
Roma (AsiaNews) – Ha vissuto con i profughi tamil tutte le tragedie degli ultimi anni di guerra. E ha visto la morte attorno a sé, fuggendo le bombe gli attacchi, i rapimenti. Varuvel, un operatore tamil di una ong in Sri Lanka, racconta il delirio della guerra che il governo di Colombo ha concluso ieri, ma anche le piaghe i dolori che lui e i profughi portano con sé. “Ricordo un ragazzo durante la fuga. Ha dovuto abbandonare sua madre incinta ancora viva. La donna era rimasta ferita e ormai in agonia. Lui doveva continuare a scappare, ma non voleva abbandonarla”.
Varuvel è un nome fittizio, perché egli vuole rimanere anonimo: “voglio continuare a vivere in Sri Lanka – dice – per aiutare la gente distrutta dalla guerra”
Nel racconto secco e senza sentimentalismi, descrive “le condizioni disumane in cui siamo stati ridotti”, “le persone morte per strada come fossero animali”. Per mesi è rimasto con la popolazione, schiacciata tra l’avanzata dell’esercito e la disperata resistenza delle Tigri, nell’area della no fire zone (Nfz), presi di mira dai colpi delle due parti.
La sua storia – e la fuga dal nord – è cominciata anni fa, cercando di scampare all’offensiva dei militari e alle incursioni dei ribelli. “Quando l’esercito ha cominciato l’avanzata, il nord era ancora in buona parte sotto il controllo delle Tigri. Alcune persone volevano fuggire, ma molte preferivano restare perché avevano parenti, figli che, arruolati a forza, combattevano tra i ribelli. La loro vita, le loro case erano lì, non volevano abbandonarle”. Lo Stato tamil organizzato dalle Tigri (Ltte), aveva la sua amministrazione, le banche, la polizia. Per lasciarlo bisognava avere il permesso delle autorità, ma “le Tigri non permettevano di abbandonare la regione, nemmeno a chi vendeva la terra per comprarsi un lasciapassare”.
 
Molto presto, fuga e disperazione sono divenute la vita quotidiana della gente. “Quando nel marzo 2006 l’esercito ha lanciato la guerra a tutto campo nel Vanni, le Tigri hanno ripreso a reclutare i bambini-soldato”. Via via che il fronte avanzava, il livello dello scontro si inaspriva sempre più: “Dal settembre scorso, chiunque era in grado di combattere veniva reclutato a forza dai ribelli” ed era un continuo fuggire, fino alla creazione della cosiddetta no fire zone (Nfz). “Quando il 21 gennaio di quest’anno l’esercito ha annunciato la creazione della zona di sicurezza per i civili, in molti vi hanno creduto. Sembrava la fine della fuga, ma in realtà si intuiva come sarebbe andata a finire”.
 
La no fire zone, cimitero dei profughi
 
Varuvel ricorda i contrattempi e i problemi: Abbiamo saputo della Nfz solo 3 giorni dopo l’annuncio ufficiale. Non c’era elettricità, né giornali, né radio. Come potevamo esserne informati? Quando l’abbiamo saputo ci siamo messi in marcia, ma sotto le bombe: l’esercito ha sì invitato tutti a rifugiarsi nella Nfz, ma non ha sospeso i bombardamenti”.
Ma davanti all’avanzata dell’esercito, la gente arretrava: “Oltre 330mila persone han finito per cercare rifugio in un’area sempre più piccola. È impossibile calcolare quante persone sono morte. Tutta l’area della Nfz è un cimitero”. L’esercito afferma che in aprile ha tratto in salvo più di 190mila profughi; negli ultimi giorni del conflitto ne ha salvati altri 70 mila. Ne mancano almeno 70 mila.
 “All’inizio, per sfuggire ai bombardamenti, scavavamo dei rifugi, alcuni all’aperto, altri sottoterra. Stavamo seduti con le gambe raccolte. Sfuggire ai bombardamenti aerei era facile: il loro arrivo lo si sentiva da lontano e avevamo il tempo di infilarci nei rifugi. Ma contro il fuoco di terra e l’artiglieria pesante era impossibile difendersi. Giungeva all’improvviso e ci coglieva di sorpresa. Chi riusciva a scappare nel rifugio sentiva che gli spari arrivavano da ogni lato. L’esercito era vicino e noi eravamo lì”.
 
Lo scorso febbraio vi è stata l’escalation: cibo scarso, l’area di sicurezza sempre più ridotta, condizioni di vita quasi impossibili. “Tutti volevano fuggire perché era una situazione disumana. Donne, bambini, malati, anziani hanno vissuto senza nulla: niente cibo, medicine, servizi igienici; stipati in tende di tre quattro metri”.
Varuvel ammira “la resistenza della gente, che è stata incredibile”. E ricorda l’eroismo dei volontari rimasti, dei dottori governativi, dei sacerdoti e suore che hanno affrontato l’emergenza umanitaria.
 
Il 20 aprile, il governo ha diramato le immagini dell’ondata di profughi riversatasi nella laguna di Nanthi Kadal. Varuvel commenta: “Quando la Nfz era ormai ridotta alla spiaggia non c’era neanche più la possibilità di scavarsi i rifugi per ripararsi dai bombardamenti. Potevamo mangiare solo qualche pesce preso dal mare. Riso e verdure erano finiti. Tutte le cose necessarie per le nostre minime esigenze ci erano state tolte”. “Noi volevamo soltanto esistere e ci siamo trovati fra i bombardamenti dell’esercito e le Tigri che ci usavano come barriera umana contro l’avanzata”.
 
La fine dell’ingiustizia
 
Ora che la guerra è finita, prima delle rivendicazioni etniche, è importante “il bisogno in cui si trovano i profughi”: cibo, medicine, vestiti…. “Servono aiuti immediati - dice Varuvel - che permettano alla gente di sopravvivere. E bisogna anche agire subito per non prolungare la miseria della gente: scuole per i bambini, lavoro, e progetti a lungo termine perché la promessa fatta ai profughi di poter tornare nelle loro case non venga tradita”.  I profughi devono lasciare anche i cosiddetti “welfare villages”, preparati dal governo, in cui la gente non ha libertà di uscire e che Varuvel definisce “campi di concentramento”.
 
Per ricostruire il Paese non basta “rispondere all’emergenza umanitaria”. “La comunità internazionale – conclude Varuvel - deve impegnarsi ad aiutare il Paese perché esista una giustizia uguale per tutti. La storia dello Sri Lanka è segnata da ingiustizie etniche e religiose, discriminazioni verso le donne e la gente della campagna, una netta distinzione tra l’elite e il popolo. Sono meccanismi consolidati, un’ideologia che nel tempo ha dato vita a dinamiche quasi incontrollabili. Questa è le verità, la popolazione dello Sri Lanka deve accettarla. Solo così potrà cominciare a costruire un Paese dove vivere insieme nella giustizia e nella uguale dignità. Ma il cammino è lungo e non possiamo farlo da soli”.
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