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  • » 19/04/2017, 13.50

    LIBANO

    Sulla legge elettorale si gioca la partita politica e istituzionale del Libano

    Fady Noun

    Il presidente Aoun contro il prolungamento del mandato della Camera. Anche il patriarca Raï critico rispetto a quella che definisce una “usurpazione del potere”. In gioco la rappresentatività dell’elettorato, gli equilibri e gli interessi dei partiti. Nessuna proposta finora elaborata ha ottenuto un sostegno generale.

     

    Beirut (AsiaNews) - In questo momento il Libano sta attraversando una fase di transizione particolarmente delicata della propria vita istituzionale. L’elezione di Michel Aoun a nuovo capo di Stato, il 31 ottobre 2016, aveva lasciato presagire che il Paese si sarebbe lasciato alle spalle il periodo più difficile della sua storia recente, dopo due anni e mezzo di vacanza della guida dello Stato. Tuttavia, le divisioni politiche interne e quelle della regione [mediorientale] sono tali che egli ha dovuto negoziare a lungo, e in modo duro, per arrivare alla formazione di un governo.

    Alla fine l’obiettivo è stato raggiunto e un governo di 28 ministri, guidati dal premier Saad Hariri, è ormai entrato in carica a tutti gli effetti.

    Il terzo e ultimo passaggio sembra il più difficile da attuare: la scrittura di una nuova legge elettorale, che vada a rimpiazzare quella al momento in vigore, e che risale al lontano 1960. Una norma conforme alla clausola prevista dall’Accordo di intesa nazionale (1989), detto l’Accordo di Taëf, il quale ha messo fine alle varie guerre che si sono succedute in Libano dal 1975 al 1990.

    Tutti i discorsi formulati per elaborare questo nuovo codice elettorale si sono infranti sinora contro un muro. E la questione è diventata critica dopo l’elezione del presidente Michel Aoun.

    Quest’ultimo ha categoricamente rifiutato che, in attesa che la nuova legge elettorale veda la luce, sia prorogato il mandato dell’attuale Camera. Egli ha persino minacciato di non firmare il decreto di convocazione del Collegio elettorale entro i termini di legge (che precede di tre mesi la fine dell’attuale legislatura, che si conclude il 20 giugno 2017), per esercitare pressioni sui deputati. Bisogna peraltro aggiungere che il mandato dell’attuale assemblea parlamentare è già stato prorogato in due momenti diversi; se accumulate, le due precedenti estensioni equivalgono a una legislatura supplementare di quattro anni.

    Temendo un vuoto istituzionale, che si verrebbe a creare dal 20 giugno in attesa dell’approvazione di una nuova legge elettorale, il presidente della Camera Nabih Berry - su proposta del deputato Nicolas Fattouch - ha deciso di votare la proroga di un anno del mandato. Tuttavia, questa decisione è stata accolta con vive proteste dai rappresentanti dei partiti cristiani e dello stesso patriarca maronita, il cardinal Béchara Raï. Quest’ultimo ha persino parlato di “usurpazione del potere” nel caso in cui si arrivasse davvero a una proroga del mandato della Camera. Per il porporato è preferibile andare a votare sulla base dell’attuale legge in vigore, piuttosto che ricorrere a una ulteriore proroga del mandato.

    Per impedire che il 13 aprile scorso si svolgesse la seduta prevista per votare il prolungamento del mandato della Camera, i partiti cristiani si sono mobilitati con manifestazioni di massa per le strade del Paese, che avrebbero potuto causare una profonda frattura sul piano settario. Per fortuna, il capo dello Stato Michel Aoun ha utilizzato le prerogative che gli sono concesse in base all’articolo 59 della Costituzione e ha rinviato di un mese la data prevista per la convocazione della Camera.

    Ora cosa succederà? Il problema è il seguente: la legge elettorale attuale prevede il voto maggioritario su un unico turno, che favorisce la formazione di grandi blocchi confessionali. Il Parlamento libanese è formato da 128 deputati, ripartiti in modo eguale fra cristiani e musulmani. I deputati cristiani sono dunque 64. Tuttavia, secondo la legge elettorale in vigore, solo 36 di questi deputati - ovvero poco più della metà di quelli interessati - sono eletti da maggioranze elettorali cristiane. Gli altri (28 deputati) sono eletti in base a liste formati da blocchi e maggioranze elettorali musulmane o druse, e sono dunque politicamente legate ai blocchi confessionali rappresentativi di queste comunità.

    La nuova legge elettorale dovrebbe, secondo le intenzioni, migliorare questa percentuale di deputati eletti da maggioranze cristiane, facendolo passare da 36 a 46 (nel migliore dei casi), sapendo che la percentuale dei cristiani in Libano in rapporto alla popolazione totale è del 30% circa.

    Questo è il nodo centrale del braccio di ferro politico che si sta giocando in questo momento. Hezbollah e il movimento Amal di Nabih Berry cercano, da parte loro, di imporre una nuova legge elettorale basata sul sistema proporzionale, sulla base di un’unica circoscrizione che abbracci tutto il Libano. Per le Forze libanesi l’idea è quella di basare la legge elettorale sulla  “legge dei numeri”.

    Da parte sua, temendo l’emerge di altri capi politici drusi rivali, Walid Joumblatt ha invocato elezioni sulla base dell’attuale legge in vigore.

    Una soluzione mediana, intermedia, è stata messa a punto dalla Corrente patriottica libera (Cpl) del presidente Michel Aoun. La legge elettorale al vaglio prevede un sistema elettorale ibrido comprendente una parte di maggioritario e un’altra di proporzionale. Del resto il Libano è un Paese così piccolo che la simulazione alla quale sono ricorsi tutti i blocchi rendono i risultati del ballottaggio prevedibile, con pochi seggi di distanza l’uno dall’altro. A questo si aggiungono difficili negoziati condotti sulla percentuale di seggi secondo un modello maggioritario, in rapporto al numero di posti previsti secondo il proporzionale. Trattative serrate sono al momento in corso, in vista di una soluzione, mentre il conto alla rovescia di un mese reso possibile dall’articolo 59 della Costituzione ha iniziato a scorrere.

    L’avvertimento di Raï

    In una recente intervista televisiva, il capo della Chiesa maronita cardinal Raï si è mostrato particolarmente scettico sulle “possibilità di costruzione dello Stato di diritto” nelle circostanze attuali. Una fase caratterizzata dal più assoluto egoismo politico, un clientelismo sfrenato e una corruzione rampante che “impedisce qualsiasi fedeltà allo Stato”.

    Per quanto concerne la volontà di proroga del mandato dell’attuale Camera dei deputati, il patriarca ha dichiarato: “Riteniamo che non sia altro che una usurpazione dell’autorità”. E mette in guardia: “Non staremo a guardare quel che succede”, rifiutando però di chiarire il suo pensiero e sostenendo la necessità di consultare prima l’Assemblea dei vescovi maroniti.

     

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