09/02/2021, 13.00
MYANMAR
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Suora del Buon Pastore: Siamo uniti al popolo per il futuro del Myanmar

di Sr Rebecca Ray

Il colpo di Stato blocca lo sviluppo del Paese, ma anche le attività missionarie e sociali delle suore del Buon Pastore, impegnate nella cura di ragazze, anziani e malati. La dittatura militare accrescerà la povertà. La decisione delle religiose di essere affianco alla popolazione nelle manifestazioni: in nome della dottrina sociale della Chiesa e della Laudato si’ di papa Francesco.

Yangon (AsiaNews) – “Siamo uniti al popolo, in totale sintonia, condividiamo i loro timori, preoccupazioni e paure”; “vogliamo crescere nel futuro e nella luce”: sono i motivi per cui suor Rebecca Ray, superiora delle suore del Buon Pastore, ha deciso di esprimere insieme alla sua comunità, l’appoggio esplicito alle manifestazioni non violente contro la dittatura militare e il colpo di Stato del 1° febbraio. Le suore del Buon Pastore sono uno dei tanti istituti religiosi che sostengono le dimostrazioni che riempiono le strade delle città del Myanmar: a Mandalay, a Myitkyina (Kachin), a Yangon, a Taunggyi… Ecco quanto ci ha detto suor Rebecca.

 

Vogliamo mostrare la nostra unità con il popolo. Siamo in totale sintonia, condividiamo gli stessi timori, preoccupazioni e paure. Non vogliamo stare sotto la giunta, vogliamo una vita sicura. Negli ultimi 10 anni, in bene e in male abbiamo iniziato a godere della libertà, abbiamo potuto incontrare il mondo e il nostro Paese ha visto crescere il futuro e la luce. Prima del colpo di Stato, la situazione era piuttosto tranquilla: potevo comunicare con il mondo; potevo svolgere il mio impegno missionario come superiora provinciale di quattro Paesi; potevo indire incontri, anche senza viaggiare; potevo sostenere il lavoro delle mie consorelle in diverse nazioni; potevo avere rapporti con la nostra Casa madre a Roma. Ora tutto questo è distrutto e nulla è ormai sicuro. Tutto questo mi rende triste perché limita le mie capacità a servizio del popolo.

Non vogliamo tornare indietro nell’era del buio, vivendo nella paura e nell’oppressione. La vita sotto la dittatura era terribile, nel timore davanti alle armi puntate, agli scontri. Ora non sappiamo cosa succederà, quando e come.

La preghiera non è sufficiente. Io credo nella preghiera e nel lavoro ed entrambi sono il modo più efficace per sostenere il nostro Paese.

[In convento] abbiamo l’adorazione continua, giorno e notte; il rosario ogni giorno e il breviario. Diciamo il rosario insieme alla gente che lavora con noi o con gli ospiti della clinica per i poveri che gestiamo. In Myanmar lo scorso anno, a causa del Covid, sono emerse tante povertà. Le comunità che serviamo hanno già molte difficoltà. Se ora c’è il colpo di Stato e le tensioni civili, non riesco ad immaginare come potrà peggiorare la situazione della gente povera.

Le suore del Buon Pastore hanno una missione nella società. Nel nuovo governo democratico, questo impegno è registrato come una fondazione. Magari, sotto la giunta non potremo più avere questa registrazione e il nostro servizio per la gente si ridurrà. Noi lavoriamo con tante donne, con le onlus, con le fondazioni…

Purtroppo, ora il nostro futuro è confuso; il futuro della nostra nazione è oscurato: non possiamo andare fuori, abbiamo restrizioni, e non possiamo lavorare per la popolazione. Tutto questo è tremendo per quelli che hanno più bisogno, specie le donne (ragazze di strada, donne abusate, …).

Come cittadini, noi ci leviamo con il nostro popolo e per la nostra missione verso i poveri e i bisognosi, le donne, le ragazze, i bambini, i più vulnerabili.

È insopportabile vedere la nostra gente soffrire, perdere la speranza, essere sopraffatta dalle paure.

Quanto sta succedendo viola le leggi del Paese, viola i nostri diritti umani e la nostra dignità. È un grande colpo contro la democrazia e contro lo sviluppo che ha preso piede nella nazione negli ultimi cinque anni.

Ai capi religiosi essi stanno consigliando di dire ai fedeli di stare calmi, che non succede nulla, che tutto andrà bene. Ma noi non ci crediamo. Già ora vi è insicurezza, buio, elettricità, internet e linee telefoniche tagliati, instabilità bancaria, insicurezza nel lavoro, lavoratori a giornata disoccupati. Questa è la nostra preoccupazione principale che mi addolora: tutto questo avrà un impatto sulla popolazione del Myanmar.

Forse rischiamo di essere imprigionate, ma vogliamo essere insieme al popolo nelle piazze, condividere i loro traumi e sofferenze. Quanto sta succedendo viola la nostra libertà di espressione, il nostro voto libero che abbiamo espresso tre mesi fa, scegliendo il nostro nuovo governo democratico, i nostri leader. Quanto è successo in questi ultimi giorni è una reale ingiustizia, una manipolazione del potere. Vogliamo un governo civile, non vogliamo stare sotto un governo militare; vogliamo essere governati dall’amore, dall’attenzione e non dall’oppressione e dalla paura.

Al presente, secondo la Costituzione, noi religiosi e religiose non abbiamo il diritto di voto, ma vogliamo votare perché anche noi siamo cittadini e abbiamo diritti umani. Vogliamo avere il diritto alla vita, alla sicurezza e alla gioia.

Vogliamo che tutto il popolo del Myanmar, tutte le religioni, razze ed etnie possano godere gli stessi diritti e democrazia. Tutti noi vogliamo lo sviluppo per l’intera nazione, secondo quello che abbiamo visto negli ultimi 10 anni.

Negli ultimi giorni la vita è stata immersa nel buio, nell’incertezza, piena di timori e di rabbia. Non vogliamo più questo: vogliamo stare affianco al nostro popolo.

Leader religiosi, fratelli, suore, sacerdoti, e perfino il vescovo di Mandalay mostrano solidarietà con il popolo. Faremo questo oggi e sempre, in nome della dottrina sociale della Chiesa, come pure per la nostra missione e per quello che papa Francesco dice nella Laudato si’.

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