24/10/2016, 12.33
BANGLADESH
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Superiore Pime in Bangladesh: la gioia della mia missione tra i tribali, dove si convertono interi villaggi

P. Michele Brambilla racconta i 10 anni di missione al servizio dei tribali locali. Nel nord del Paese la Chiesa “deve essere costruita dalle fondamenta”. Nel 2013 diviene il primo parroco di Kodbir. La missione differenziata in vari campi: annuncio del Vangelo; educazione; assistenza ai malati; aiuti economici. Dal 2015 dirige l’ospedale diocesano a Dinajpur. “Anche musulmani e indù hanno bisogno di una parola di conforto”.

Dinajpur (AsiaNews) – “La cosa più bella della mia missione è stato quando abbiamo formato dei catecumeni che potessero portare nei villaggi la parola di Dio. E grazie a questo lavoro, 10 villaggi hanno chiesto di diventare cristiani. Ciò testimonia la condivisione del messaggio cristiano, quando un’intera comunità condivide insieme tutti i momenti, dal battesimo alla morte”. Lo dice p. Michela Brambilla, superiore regionale del Pime (Pontificio istituto missioni estere) in Bangladesh. Ad AsiaNews egli racconta i 10 anni di missione nel Paese asiatico, dove è stato inviato per servire la popolazione tribale. “La Chiesa qui si deve costruire dal principio”, racconta, e per “me come missionario una sola è la gioia più grande: vedere la comunità che fa un cammino e lo porta a termine. Tutto si può costruire – scuole, dispensari – se si hanno i soldi; e quando accade è una cosa bella. Ma ancora più bello è vedere il percorso di un popolo, che fa un passo avanti e due indietro, ma alla fine accoglie la vita cristiana”.

P. Brambilla è originario di Pessano con Bornago, vicino Milano, e racconta che la sua vocazione missionaria è maturata fin da giovane, quando da piccolo leggeva la rivista “Italia Missionaria” (attuale “Mondo e missione”) edita dai missionari del Pime. Nel contesto familiare sviluppa la sua scelta di vita, osservando l’esempio di uno zio sacerdote della congregazione cui appartiene e di un fratello che ha lavorato diversi anni in Cina, prima di essere espulso.

Ricordando l’età giovanile, il missionario racconta anche di “aver pensato al matrimonio, perché davanti a me avevo l’esempio del grande amore dei miei genitori”. Ma poi è arrivata quella che lui chiama “intuizione: il fatto che forse quello che avevo fatto fino a quel momento non era tutto”.

Si confida con un sacerdote del Pime e inizia un percorso di discernimento con un altro missionario, p. Alberto Caccaro, che oggi è tornato a lavorare in Cambogia. Dopo gli studi nei seminari di Roma e Monza, e un breve periodo a Detroit per perfezionare la lingua inglese, nel 2007 p. Brambilla ottiene la destinazione missionaria: il Bangladesh.

Qui a Dinajpur, nel nord, inizia la sua missione vera e propria, al servizio delle minoranze tribali, in gran parte di etnia santal e orao.

Nel 2009 viene destinato come assistente del parroco nella parrocchia di Dhanjuri, di origini antiche e fondata dai sacerdoti del Pime. “Di bengalese non c’era nessuno – ricorda –: il parroco era orao e l’assistente khota”. Per tre anni egli si occupa in particolare di pastorale nei villaggi, dove svolge catechesi e incontra la popolazione.

Al termine di questa prima assegnazione, nel 2012 viene destinato a Kodbir, in quello che era il sotto-centro della parrocchia di Dhanjuri. Lì inizia un’opera missionaria “faticosa ma appagante, dal momento che la zona si trova al confine con l’India e i villaggi sono abitati in maggioranza da tribali non cristiani”.

La gioia più grande, racconta, “è avvenuta il 16 novembre del 2013, quando il sotto-centro è diventato una parrocchia vera e propria”. Da una piccola costruzione di due stanze, edificate per accogliere p. Brambilla e altre due suore che con lui hanno iniziato “quell’avventura”, oggi la parrocchia “è autonoma e comprende 42 villaggi santal, di cui sei a maggioranza cristiana. In altri 22 ci sono alcuni cristiani, mentre il resto è non cristiano”.

Il superiore regionale riporta che a Kodbir – dove è stato il primo parroco – egli ha differenziato l’opera missionaria in vari campi: “L’annuncio del Vangelo nella persona di Cristo; l’educazione dei ragazzi; l’assistenza sanitaria ai poveri e agli ammalati; l’aiuto economico alle comunità locali in modo da migliorare il loro tenore di vita”.

Per l’ambito educativo, la parrocchia gestisce una “scuola elementare per tutti, frequentata da ragazzi cattolici, tribali e musulmani”. “Tutti vengono accolti”, riferisce, a prescindere dall’appartenenza religiosa, “e oggi se ne contano 163 in tutto”. I giovani ricevono un’ulteriore formazione servendo negli ostelli delle altre missioni. Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, nella parrocchia operano le Missionarie dell’Immacolata (Congregazione femminile associata al Pime), che “gestiscono un dispensario medico, dove vengono curati soprattutto musulmani. I malati pagano solo le medicine, mentre la visita e le cure delle suore sono offerte in modo del tutto gratuito”.

Dal punto di vista sociale, il sacerdote spiega che a Kodbir “è presente una Credit d’union, una sorta di cooperativa del credito dove le persone possono chiedere dei prestiti a tassi agevolati”.

Secondo p. Brambilla, fare missione “significa metterci la testa” e questo si traduce anche nelle piccole cose, come la gestione della Credit d’union: “L’ho presa in gestione non perché fossi il parroco, ma perché serviva qualcuno che potesse essere un punto di riferimento. E per farlo, ho studiato tanto”. “L’esperienza più bella di questi anni – racconta – è stato formare dei cristiani che potessero diffondere la Parola di Dio e condurre la preghiera della domenica nei villaggi. Per questo con i miei due catechisti a tempo pieno e una suora abbiamo formato un ‘syllabus’ per il catecumenato, cioè la preparazione dei non cristiani che devono imparare ad abbandonare alcune tradizioni tribali. E in questi tre anni, 10 villaggi hanno chiesto di diventare cristiani”.

Oggi i “catecumeni in totale sono circa 300, ma non sappiamo quando saranno pronti per il battesimo. In linea di massima, il cammino di accostamento alla vita cristiana dura circa cinque anni, durante i quali i tribali devono rinunciare alla cultura e alle credenze. Ma non esiste un tempo predefinito”. La nomina a superiore regionale del suo ordine p. Brambilla l'ha ricevuta nel novembre 2015: “Non me l’aspettavo, credevo di dover svolgere ancora del lavoro nei villaggi”. “L’esperienza a Kodbir – afferma – me la porterò sempre nel cuore, perché lì ho trovato rapporti umani autentici”.

A Dinajpur dirige il St. Vincent Hospital, l’ospedale diocesano locale, dove si recano in maggioranza musulmani. “In ospedale assistiamo tutti e siamo ben visti dalla gente, soprattutto per la presenza delle suore che tengono tutto in ordine e pulito”. “Ogni tanto, quando ho tempo – ammette in conclusione – faccio un giro per i reparti, perché mi rendo conto che i malati hanno bisogno di una parola di conforto. Ciò accade anche per i musulmani e gli indù. Faccio un piccolo esempio: all’esterno della sala nursery dove vi sono i neonati nelle loro culle, c’è una grande statua della Madonna. Ogni giorno vengono accese dalle 10 alle 15 candele ai piedi della Vergine, in base al numero di bambini nati. Se si considera che viene partorito al massimo un bambino cristiano al giorno, si può capire bene come le altre candele siano accese dai fedeli di altre religioni”.

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