28/09/2010, 00.00
GIAPPONE-CINA
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Tifone politico nel Pacifico: tensione tra Pechino e Tokyo

di Pino Cazzaniga
Malgrado il rilascio del comandante del peschereccio cinese, la controversia tra i due Paesi sembra non avere fine. Secondo uno studioso giapponese una soluzione va cercata attraverso il superamento del concetto di sovranità nazionale, da vedere nel più ampio ambito transnazionale.
Tokyo (AsiaNews) - Non sembra diminuire la tensione creatasi tra Cina e Giappone in seguito a quanto accaduto il 7 settembre, quando un peschereccio cinese e il suo equipaggio sono stati fermati dalla Guardia costiera giapponese nei pressi di alcuni isolotti, la sovranità sui quali è pretesa da Giappone, Cina e Taiwan. E ciò malgrado il rilascio dei marinari e, poi, del comandante del battello, Zhan Qixiong. Che all’alba di sabato 25 settembre, arrivando a Fushou nella provincia di Fujian (Cina meridionale) a bordo di un jet noleggiato da governo di Pechino, dopo essere stato detenuto per oltre due settimane nella città di Naha (Okinawa, Giappone), ha subito dichiarato: “io sostengo fermamente la posizione del governo cinese. Le isole Diaoyu appartengono alla Cina. Il fatto di essere andato a pescare là è legale ma è illegale il fatto che io sia stato detenuto”.
  
La più grave crisi nelle relazioni tra Tokyo e Pechino
 
Il giorno prima, il 24 settembre Toru, Suzuki, vicedirettore dell’ufficio del pubblico ministero del distretto di Naha (Okinawa, Giappone), comunicando la decisione di rilasciare il capitano cinese aveva fatto un esplicito riferimento al “futuro delle relazioni tra Cina e Giappone”.
Invece, a rilascio avvenuto, il portavoce del ministero degli esteri cinese ha detto: “L’arresto, l’investigazione e qualsiasi misura giudiziaria per il capitano e l’equipaggio del peschereccio da parte del Giappone sono illegali e invalidi, hanno violato la sovranità territoriale della Cina e i diritti umani del popolo cinese”. Ma nello stesso tempo le autorità di Pechino hanno invitato a risolvere la questione “attraverso il dialogo”. Era la prima volta, dall’inizio della vicenda, che le autorità cinesi esortavano al dialogo, atteggiamento costantemente tenuto dal governo giapponese.
Con questa vicenda, affermano gli analisti, il livello delle relazioni diplomatiche tra le due nazioni ha raggiunto il limite più basso negli ultimi decenni. Ci si domanda come mai un incidente, tutto sommato lieve, abbia potuto causare effetti tanto disastrosi sul piano diplomatico. L’espressione “sovranità territoriale” contiene la chiave della risposta.
 
Le pressioni cinesi
 
Nonostante il rilascio, infatti, le relazioni tra Pechino e Tokyo rimangono tese. Subito dopo il rilascio del capitano del peschereccio, il Ministero degli esteri cinese ha emesso una dichiarazione chiedendo scuse e indennizzo al Giappone. Il Ministero degli esteri giapponese, con la medesima procedura ufficiale, ha detto che la richiesta è inaccettabile e il primo ministro Kan, di ritorno da New York, ha ribadito: “Noi, assolutamente, non abbiamo alcuna intenzione di rispondere” e ha aggiunto “Poiché le isole Senkaku sono territorio giapponese, è inconcepibile che si parli di scuse o di compensazioni”.
Le pressioni cinesi non sono solo verbali e sono già state messe in atto. Il 22 settembre il premier cinese Wen Jiabao a New York ha usato un incontro con cinesi espatriati per chiedere al Giappone l’immediato e Incondizionato rilascio del capitano, minacciando misure punitive. Nella stessa città, i funzionati giapponesi si sono impegnati invano per realizzare un incontro tra Kan e il primo ministro cinese Wen.
Più forti gli atteggiamenti punitivi a livello economico. Interrotta l’esportazione in Giappone delle cosiddette “terre rare”: cioè, di materiali rari essenziali per l’industria specializzata giapponese: veicoli elettrici, computer e, in genere, l’industria tecnologica. Il bando è stato annunciato il 20 settembre, cioè il giorno dopo che le autorità giudiziarie giapponesi avevano prolungato il fermo di Zhan di altri dieci giorni.
Le autorità municipali di Pechino hanno esortato decine di agenzie cinesi a frenare il flusso di turisti cinesi verso il Giappone, che negli anni recenti è aumentato vertiginosamente, superando il milione nel 2008. Secondo la JTA (Japan Tourism Agency) tra aprile e giugno di quest’anno i visitatori cinesi in Giappone hanno speso 50,3 miliardi di yen (594 milioni di dollari), cioè il 22% del totale di denaro versato dai turisti stranieri. Una compagnia cinese ha cancellato un viaggio in Giappone di un gruppo di 10mila turisti.
 
Alla ricerca di una via per la distensione
 
“Non ci arrendiamo né scendiamo al compromesso” ha addetto Wen il 24 settembre nel discorso all’ONU riferendosi al problema delle Isole Senkaku (Diaoyu). Né è disposto a scendervi il Giappone. L’oggetto del compromesso è il diritto della sovranità territoriale che ambedue le parti ritengono di avere.
La via per la ricerca di una soluzione è il dialogo. Ma su cosa dialogare? Su questo punto il quotidiano Asahi ha consultato il sinologo Satoshi Amako, docente all’università Waseda (Tokyo). Secondo il professore la discussione non deve vertere su casi concreti, ma sullo stesso concetto di sovranità dello Stato. “È ora che i leader politici e di opinione del Giappone e della Cina lavorino assieme e mettano a buon frutto la loro ingegnosità”. E offre subito il suo contributo. Egli ritiene che “il concetto di sovranità nazionale non è una nozione invariabile e inviolabile, ma una “nozione storica” quindi variabile. Essa è stata formulata in Europa nel 1648 nel trattato della pace di Westfalia che ha posto fine alla guerra dei Trent’anni. È un sistema nel quale uno Stato è considerato sovrano entro i suoi confini. L’ordine internazionale viene mantenuto attraverso accordi tra gli Stati.
Il sistema ha funzionato bene per oltre tre secoli, ma in Europa. La Cina di oggi aderendo con veemenza al concetto di sovranità statale inviolabile manca di prospettiva storica per due motivi. Innanzitutto perchè fino agli ultimi anni della dinastia Qing (1644-1912) la visione del mondo della Cina era basato sul sinocentrismo, e non sul sistema della nazione-Stato. Inoltre con la nascita dell’ Unione Europea risulta chiaro che questa nozione non è invariabile.
“Nella comunità globale del secolo 21mo, osserva Amako, i valori, i ruoli, e le funzioni degli Stati-nazione convivranno con le controparti transnazionali completandosi e influendosi reciprocamente. Se il contrasto sulle isole Sentaku, viene combattuto in termini di Stato contro Stato, la disputa può solo essere risolta con la forza che lascerà grande ferite in ambedue le parti. La soluzione richiede idee completamente nuove nella prospettiva di Stato-nazione nel contesto di un sistema transnazionale”.
Ci sembra un buon contributo per la formazione di un nuovo sistema giuridico internazionale aperto al futuro.
 
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