10/09/2020, 15.01
LIBANO
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Torna la paura: nuovo incendio nel porto di Beirut (Video)

di Pierre Balanian

Si teme una nuova esplosione, dopo quella del 4 agosto che ha devastato l’area portuale. Per l’esercito si tratta di un incendio controllato di detriti. I dubbi del direttore del porto: Chi ha messo degli pneumatici vicino a olio per motori? Pompieri all’opera per contenere le fiamme. Media britannici: Hezbollah nascondeva il nitrato da cui sarebbe scaturita la recente esplosione. Il porto simbolo della corruzione del Paese. La campagna "In aiuto a Beirut devastata".

Beirut (AsiaNews) – Alle 13.30 circa di oggi si è alzata nel cielo di Beirut una densa colonna di fumo grigio scura proveniente dal porto. La notizia di un incendio divampato nell’area portuale ha subito risvegliato i timori di un possibile ripetersi della catastrofe avvenuta un mese e sei giorni fa, che ha devastato un quarto della capitale.

La notizia dell’incendio preoccupa la popolazione. Alcuni giorni fa erano state trovate circa 3 tonnellate di nitrato di ammonio rimaste intatte. Erano conservate in un deposito lontano dal porto; nessuno conosceva la loro provenienza né il proprietario.

L’incendio è divampato vicino alla zona colpita dall’esplosione. Secondo alcuni lavoratori portuali, in un deposito di pneumatici e olio per motori. Una fonte dell’esercito libanese, contattata subito da AsiaNews, ha tuttavia negato che l’incendio sia avvenuto in tale luogo. Essa ha affermato che a prendere fuoco sono stati alcuni detriti accumulati dopo l’esplosione del mese scorso. I pompieri sono impegnati per impedire che le fiamme si allarghino.

Le sirene delle ambulanze e dei vigili del fuoco che sfrecciano in direzione del porto non tranquillizzano la gente. Nei quartieri vicini all’esplosione, molte persone hanno preferito uscire di casa e dirigersi verso zone aperte più sicure.

L’esercito ha chiuso le strade che portano al porto; fonti non confermate negano la versione di un incendio controllato di detriti. Chi e perché cerca di diffondere notizie contrastanti è ciò che preoccupa di più in questo momento.

Il direttore del porto, Bassem Kaissi, ha criticato chi ha posizionato pneumatici accanto a olio per motori, facendo capire che non si tratta di un incendio controllato di detriti. Egli ha aggiunto che la preoccupazione principale è di impedire che le fiamme vadano oltre il ponte Charles Helou, nei pressi del quale si trovano abitazioni già devastate dall’esplosione del 4 agosto, e dove diverse ong sono impegnate in operazioni di pulizia e sgombero.

L’incendio è scoppiato all’indomani della pubblicazione da parte della stampa britannica di resoconti che danno quasi per certa la responsabilità degli Hezbollah nella deflagrazione del 4 agosto. Il “Partito di dio”, sostengono i media britannici, nascondeva il nitrato di ammonio da cui sarebbe scaturita l’esplosione.

Ieri, inoltre, gli Usa hanno imposto nuove sanzioni su due politici libanesi vicini agli Hezbollah: l’ex ministro dei lavori pubblici Yussef Finyanos (un cristiano) e l’ex ministro sciita del Tesoro Ali Hassan Khalil.

L’incidente di oggi ha scatenato i commenti della gente. “ Stanno distruggendo le prove, è chiaro”, ha detto un 40enne che ha deciso di chiudere il negozio, prevedendo il peggio. Tutti, nel terrore, si aspettano un’altra esplosione. La Croce Rossa ha avvisato la popolazione di stare in allerta.

Il ricordo del maledetto 4 agosto è ancora fresco nelle menti: un primo incendio, una colonna di fumo seguita da una seconda a forma di fungo nucleare, e poi un’esplosione terrificante. Dopo 45 minuti la nube continuava a inquinare il cielo della capitale.

Il porto di Beirut era e continua a essere definito dai libanesi “la caverna di Ali Baba e i 40 ladroni”, in quanto esso è controllato da tutti i partiti politici, ognuno con una propria fetta. L’ex ministro dei Trasporti pubblici Ghazi Al Aridi ha dichiarato pochi giorni fa che il contrabbando, le tangenti e i mediatori illegali “privano il porto di circa un miliardo di dollari di introiti all’anno”. Secondo il The National,  il 70% dei lavoratori portuali sono sciiti legati ad Amal, il partito di Nabih Berri, presidente del Parlamento.

Goldman Sachs ha calcolato che per la ricostruzione del porto serviranno da 3 a 5 miliardi di dollari. Le stime della Banca mondiale sono inferiori: i danni si attesterebbero tra 580  e 710 milioni di dollari.

Molti Paesi, fra i quali Kuwait e Francia, si sono detti pronti a  partecipare alla ricostruzione. La mancanza di fiducia nei confronti di un governo accusato da più parti di corruzione rende però difficile realizzare progetti in tempi brevi.

A sostegno della popolazione di Beirut e del Libano, in appoggio alla Caritas Libano, AsiaNews ha deciso di lanciare la campagna "In aiuto a Beirut devastata". Coloro che vogliono contribuire possono inviare donazioni a:

- Fondazione PIME - IBAN: IT78C0306909606100000169898 - Codice identificativo istituto (BIC): BCITITMM -

Causale: “AN04 – IN AIUTO A BEIRUT DEVASTATA”

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