08/02/2017, 13.32
FILIPPINE
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Vescovi e fedeli filippini contro la guerra violenta alla droga: no ad una cultura di morte

La presa di posizione della Conferenza episcopale filippina contro la sanguinaria guerra alla droga del presidente Duterte: "Se acconsentiamo o permettiamo l'uccisione di presunti tossicodipendenti, saremo anche noi responsabili della loro morte". Più di 7 mila le uccisioni sommarie negli ultimi mesi.

Manila (AsiaNews/Cbcp) - I vescovi cattolici invitano i fedeli a far sentire la propria voce contro le uccisioni sommarie, affermando che il silenzio rende “complici” nel crescente numero di morti che la guerra alla droga, indetta dal governo, sta mietendo da mesi.  

"Acconsentire e tacere di fronte al male vuol dire esserne complici", hanno dichiarato i vescovi in una lettera pastorale letta in tutte le Messe celebrate nel Paese, domenica 5 febbraio. "Non lasciamo che sia la paura a regnare e a tenerci in silenzio."

La lettera è stata inviata a tutte le parrocchie filippine dopo l’assemblea plenaria annuale che ha visto i vescovi radunarsi a Manila nell’ultima settimana di gennaio.

I prelati invitano i filippini a rifiutare la cultura della morte che caratterizza le politiche presidenziali nella lotta alla droga, problema che nelle Filippine è molto grave.

Il presidente Duterte, dopo il suo insediamento avvenuto lo scorso giugno, aveva dichiarato: “Ci saranno molti morti finché non saranno cacciati tutti gli spacciatori dalle strade”. Da allora si sono scatenate le esecuzioni extragiudiziali, così come la violenta repressione della polizia, contro consumatori e spacciatori di stupefacenti. Negli ultimi mesi si sono registrate più di 7 mila vittime.

Il presidente ha spesso negato che la sua amministrazione sia dietro queste uccisioni extragiudiziali e in più occasioni si è lasciato andare a durissimi attacchi nei confronti dei vescovi e gruppi di attivisti per i diritti umani, colpevoli di aver criticato la sua sanguinosa guerra alla droga.

Nella lettera i vescovi dicono che continueranno a battersi "contro il male" in un Paese "avvolto nel buio del vizio e della morte."

“Lo faremo anche se porterà persecuzioni su di noi – affermano con forza – perché siamo tutti fratelli e sorelle, responsabili l’uno per l'altro. Aiuteremo i tossicodipendenti in modo che essi possano guarire e iniziare una nuova vita. Resteremo solidali e ci prenderemo cura delle persone lasciate da coloro che sono stati uccisi e delle vittime della tossicodipendenza. Rinnoviamo i nostri sforzi per rafforzare le famiglie.”

Sebbene essi convengano che il traffico di narcotici sia un problema da fermare, i vescovi ribadiscono che l'uccisione di presunti spacciatori e consumatori di droga senza un giusto processo non sia la soluzione corretta. Uccidere è infatti un grave peccato, al pari dello spaccio.

Altro motivo di preoccupazione per i prelati è il “regno del terrore” in cui sono caduti i quartieri più poveri, dove “in molti vengono uccisi non a causa della droga, ma i responsabili  non ne rendono conto”.

"Non possiamo correggere un torto con un altro torto. – aggiungono  – Un buon fine non è una giustificazione per l'utilizzo di mezzi cattivi. E' giusto rimuovere il problema della droga, ma  sbagliato  uccidere al fine di raggiungere questo obiettivo ".

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