29/04/2013, 00.00
ISRAELE - PALESTINA
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Vescovo di Gerusalemme: no al muro di Cremisan, minaccia alla pace

Per mons. Shomali, la divisione della Valle di Cremisan approvata lo scorso 24 aprile viola le stesse leggi israeliane. Il muro circonderà su tre lati il convento e la scuola elementare situati sul lato palestinese. Al di là del muro resteranno la maggior parte delle proprietà delle suore e dei residenti del villaggio cristiano di Beit Jala.

Gerusalemme (AsiaNews) -  Il Patriarcato Latino di Gerusalemme è "sorpreso" e "preoccupato" dal verdetto della Commissione Speciale d'appello israeliana che di recente ha approvato la costruzione del muro di separazione sulle terre della Valle di Cremisan. Tale decisione creerà difficoltà alla popolazione e all'educazione dei giovani.

A Cremisan sorgono due conventi salesiani, uno maschile e uno femminile, scuole, formazione agricola ed aiuto agli abitanti del villaggio cristiano di Beit Jala all'interno dei Territori palestinesi.  

Con la costruzione del muro, il convento delle religiose si troverà sul lato palestinese, circondando su tre lati l'edificio e la scuola primaria annessa, lasciando in territorio israeliano la maggior parte delle terre che servono all'apprendimento di tecniche agricole. In più, la separazione del territorio, costringerà oltre 450 giovani palestinesi a frequentare un istituto dall'aspetto di una prigione e circondato da posti di blocco militari.

Intervistato ad AsiaNews, mons. Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme, sottolinea che le ragioni a favore della costruzione del muro sono deboli e imprecise. "La sicurezza di Israele - afferma il prelato - può essere garantita anche allontanando il muro o trovando soluzioni alternative". "Inoltre - aggiunge - per le autorità il percorso non si può modificare perché il muro è già stato completato".

In attesa del verdetto, infatti, il governo israeliano aveva continuato la costruzione della recinzione lasciando vuoti gli 1,5 km che passano nella proprietà dei salesiani. Mons. Shomali sostiene che in questo modo Israele fa valere un nuovo diritto, violando le stesse leggi israeliane. "Per  cambiare la decisione - dichiara il vescovo - il Patriarcato, la comunità salesiana di Cremisan e gli abitanti cristiani di Beit Jala hanno sempre utilizzato mezzi moderati e non violenti, compresa la preghiera. Lo Stato di Israele deve riconoscere tale comportamento pacifico".

Approvata lo scorso 24 aprile, la soluzione rappresenta il punto d'arrivo di una battaglia legale in corso da sette anni. Per le autorità israeliane il tracciato alternativo rappresenta un compromesso ragionevole tra le esigenze di sicurezza di Israele e le istanze della libertà di religione e di educazione a cui avevano fatto appello i rappresentanti legali del convento. 

Lo scorso 26 aprile, la St. Yves Society, organizzazione cattolica per i diritti umani ed estensore di una causa legale anche a nome dell'Assemblea dei vescovi cattolici di Terra Santa, ha diffuso un comunicato in cui ribadisce "l'ingiustizia del provvedimento". (S.C.) 

 

 

 

 

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