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    » 10/04/2009, 00.00

    VATICANO

    Via Crucis: Gesù continua a soffrire e morire anche oggi



    Nelle meditazioni del vescovo indiano mons. Menamparampil le ingiustizie, le violenze e le persecuzioni nella società, ma anche il dolore che affligge ogni uomo. L’esempio di Cristo che insegnò a non rispondere al male col male e ad affidarsi, nella preghiera, al Padre.
    Città del Vaticano (AsiaNews) - Gesù continua a soffrire e morire anche oggi, “quando i credenti sono perseguitati, quando la giustizia viene amministrata in modo distorto nei tribunali, quando la corruzione è radicata, le strutture ingiuste schiacciano i poveri, le minoranze sono soppresse, i rifugiati e i migranti maltrattati”. C’è la realtà di tanta parte dell’Asia e l’eco del dolore dei cristiani di Orissa in questa meditazione di mons. Thomas Menamparampil, vescovo di Guwahati, al quale Benedetto XVI ha dato l’incarico di scrivere i testi della Via Crucis di quest’anno. E quanto di quella realtà c’è, nella stessa Sesta stazione, quando si dice che ancora oggi “Gesù viene spogliato delle vesti quando la persona umana è disonorata sullo schermo, quando le donne sono costrette a umiliarsi, quando i bambini dei quartieri poveri vanno in giro per le strade a raccogliere i rifiuti”, o, nella Prima, quando afferma che “Gesù continua a soffrire nei suoi discepoli perseguitati. Il Papa Benedetto XVI dice che anche nei nostri tempi ‘non mancano alla Chiesa martiri’. Cristo è in agonia tra di noi e nei nostri tempi”. E non solo in India e non solo in Asia.
     
    Lo sguardo, infatti, è rivolto a tutte le forme del male, a tutte le ingiustizia del mondo. Perché “In ogni terra ci sono state persone innocenti che hanno sofferto, persone che sono morte combattendo per la libertà, l’uguaglianza o la giustizia” (Terza stazione) e “Gesù è umiliato in nuovi modi anche oggi: quando realtà tra le più sacre e profonde della fede sono banalizzate, quando si lascia che il senso del sacro si sgretoli e il sentimento religioso è classificato tra i resti sgraditi dell’antichità”. “Nella vita pubblica tutto rischia di essere desacralizzato: persone, luoghi, promesse, preghiere, pratiche, parole, scritti sacri, formule religiose, simboli, cerimonie. La nostra vita sociale diviene sempre più secolarizzata. Il sacro è cancellato. La vita religiosa diventa timida. Così vediamo che le questioni più importanti sono collocate tra le inezie e le banalità glorificate. Valori e norme, che tenevano insieme le società e guidavano la gente a più alti ideali, sono derisi e gettati a mare. Gesù continua ad essere ridicolizzato!” (Settima stazione). E “vi sono anche società incuranti del proprio futuro. Cristo probabilmente piange per i loro figli. Dovunque vi sia noncuranza per il futuro, attraverso l’uso eccessivo delle risorse, il degrado dell’ambiente, l’oppressione delle donne, l’abbandono dei valori familiari, il mancato rispetto delle norme etiche, l’abbandono delle tradizioni religiose" (Nona stazione).
     
    Ma l’esempio di Gesù sofferente è, nelle riflessioni di mons.
    la strada maestra che insegna come affrontare drammi e difficoltà, grandi o piccoli. Così, “Il modo, in cui Gesù ha affrontato la violenza, contiene un messaggio per i nostri tempi. La violenza è suicida – dice a Pietro – e non si sconfigge con altra violenza, ma con una superiore energia spirituale, che si estende agli altri in forma di amore risanante”. “In tempi di conflitto tra persone, gruppi etnici e religiosi, nazioni, interessi economici e politici, Gesù dice che lo scontro e la violenza non sono la risposta, bensì l’amore, la persuasione e la riconciliazione. Anche quando sembriamo non riuscire in tali sforzi, piantiamo nondimeno semi di pace, che porteranno frutto a tempo debito. La giustezza della nostra causa è la nostra forza” (Seconda stazione). “Il modo di Gesù di combattere per la giustizia non è quello di suscitare l’ira collettiva delle persone contro l’oppositore, con la conseguenza che esse sono spinte a forme di più grande ingiustizia. Al contrario, è di sfidare il nemico con la giustezza della propria causa e di suscitare la buona volontà dell’oppositore in modo tale che si desista dall’ingiustizia con la persuasione e la conversione del cuore. Il Mahatma Gandhi ha portato nella vita pubblica questo insegnamento di Gesù sulla non-violenza con sorprendente successo” (Terza stazione). E “Possano le persecuzioni, che i credenti subiscono, completare in loro i patimenti di Cristo, portatori di salvezza” (Prima stazione).
     
    L’esperienza insegna, poi, che il male, anche quando è “sociale”, provoca sempre dolore alle persone e “il dolore resta sempre una sfida per noi. Ci sentiamo lasciati soli. Dimentichiamo di pregare e crolliamo. Alcuni si tolgono perfino la vita. Ma se ci rivolgiamo a Dio, diveniamo forti spiritualmente e ci rendiamo prossimi ai nostri fratelli in difficoltà” (Prima stazione). E ancora, “Malattie, cattive notizie, disgrazie, maltrattamenti - tutto può sopraggiungere insieme. Può essere successo anche a noi. È in questi momenti che abbiamo bisogno di ricordare che Gesù non ci lascia mai. Egli si rivolse al Padre con un grido. Anche il nostro grido si rivolga al Padre, che costantemente viene in nostro aiuto in tutta la nostra angoscia, ogniqualvolta lo invochiamo” (Decima stazione)
     
    “Le tragedie ci fanno riflettere. Uno tsunami ci dice che la vita va presa seriamente. Hiroshima e Nagasaki restano luoghi di pellegrinaggio. Quando la morte colpisce da vicino, un altro mondo ci si fa accanto. Allora ci liberiamo dalle illusioni e abbiamo la percezione di una realtà più profonda. Anticamente la gente in India così pregava: ‘Conducimi dall’irreale al reale, dall’oscurità alla luce, dalla morte all’immortalità’. Dopo che Gesù ebbe lasciato questa terra, i cristiani cominciarono a guardare indietro e a comprendere la sua vita e la sua missione. Recarono il suo messaggio ai confini della terra. Questo messaggio è lo stesso Gesù Cristo, che è ‘potenza di Dio e sapienza di Dio’. Dice che la realtà è Cristo e che il nostro destino definitivo è di essere con lui” (Quattordicesima stazione). Lo dimostrano quei “milioni di cristiani di umili origini, con un profondo attaccamento a Cristo. Privi di fascino, di raffinatezza, ma con una fede profonda. Uomini e donne di tale fede continuano a crescere in terra d’Africa e d’Asia e nelle isole lontane. In mezzo a loro fioriscono le vocazioni” (Ottava stazione).
     
     
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