18/01/2021, 11.57
INDONESIA
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West Sulawesi, tre suore nel buio del terremoto (Foto-Video)

di Mathias Hariyadi

Fuggite da Mamuju la notte del 15 gennaio, dopo la forte scossa, sono ritornate alcuni giorni dopo per organizzare gli aiuti alimentari per i sopravvissuti, mentre continuano scosse di assestamento. Il bilancio ancora provvisorio è di 81 morti, 554 feriti, 1150 case molto danneggiate o distrutte, 15 scuole pericolanti. L’ospitalità di una famiglia musulmana e di una famiglia cattolica. L’impegno della Caritas locale. Le eruzioni del monte Merapi e del monte Semeru.

Jakarta (AsiaNews) – Hanno provato panico, stanchezza e inquietudine tre suore Missionarie clarisse del Santissimo Sacramento, vittime del terremoto che tre giorni fa ha sconvolto la città di Mamuju, capitale della provincia di West Sulawesi. Ma dopo due giorni passati in un rifugio, ora esse sono ritornate in città per organizzare e distribuire aiuti per i sopravvissuti.

Secondo l’agenzia governativa dei disastri (Bnpb) fino ad ora si contano 81 morti, 554 feriti, 1150 case molto danneggiate o distrutte, 15 scuole pericolanti. Ancora oggi le squadre di soccorso scavano fra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. Il gen. Doni Monardo, che dirige le operazioni, assicura che presto saranno condotti test anti-Covid fra tutti gli abitanti.

La situazione di emergenza, con la gente ammassata nei rifugi e nelle tende, non permette di seguire al pieno le regole anti-pandemia. Nel sud-est asiatico l’Indonesia è il Paese più colpito dal coronavirus: fino ad ora si contano 908mila casi e 26mila morti. La provincia di West Sulawesi ha avuto 2500 casi e 58 morti.

Suor Fransiska, una delle tre suore, continua a ripetere: “Per favore, non dimenticate di indossare almeno la maschera, anche se il distanziamento sociale non è facile in queste condizioni”. La suora, insieme alle sue due sorelle e alcuni volontari, è impegnata a raccogliere e distribuire cibo – soprattutto zuppa di pollo - per i sopravvissuti.

Ad AsiaNews racconta la piccola odissea in cui è stata coinvolta insieme alle sue consorelle e al parroco della chiesa di S. Maria a Mamuju, p. Victor Wiro Patinggi Pr.

Il 14 gennaio, vi sono state diverse scosse di terremoto, di breve durata. E le suore hanno deciso di rimanere in convento. Lo stesso ha fatto il parroco. Ma nella notte del 15 gennaio, la forte scossa di magnitudo 6.2 li ha spinti a fuggire. L’elettricità era interrotta e tutto era al buio. P. Victor, camminando, ha messo i piedi su vetri rotti e si è ferito. La sua chiesa ha subito diversi danni.

La provincia di West Sulawesi è stata stabilita nel 2004 e non possiede grandi infrastrutture. Anche la capitale provinciale, Mamuju, è una piccola città con 300mila abitanti.

Le suore sono state evacuate e portate in un luogo alto (per timore di uno tsunami), a Kelapa Tujuh, dove hanno trovato già migliaia di persone radunate, in cerca di un riparo.

Per loro fortuna, una famiglia musulmana ha offerto loro ospitalità, insieme ad altre 14 persone. “La casa era un po’ piccola - ricorda suor Franciska – ma vi era acqua fresca, che veniva da una fonte locale”.

Alcuni giorni dopo, suor Franciska e le sue sorelle sono ritornate a Mamuju, dove da anni gestiscono una scuola e aiutano nella pastorale della parrocchia.

La situazione però non è tranquilla: vi sono continue scosse di assestamento, alcune anche forti. Ieri, una famiglia cattolica locale ha offerto loro ospitalità in una tenda, un rifugio temporaneo. La sera, la città devastata è ancora al buio perché manca l’elettricità. Solo alcune case hanno generatori autonomi.

Con la luce del sole, le suore e il parroco – che per ora si muove con una stampella – raccolgono i molti aiuti che si accumulano nella chiesa prevenienti da donatori anonimi.

Intanto anche la Caritas locale (la Camar) ha da ieri iniziato a distribuire aiuti umanitari ai sopravvissuti e alle vittime del terremoto, ricevendo l’apprezzamento dell’arcivescovo di Makassar, mons. John Liku Ada’.

Per i cattolici è anche un conforto il ricordo di papa Francesco ieri all’Angelus, quando ha pregato per le vittime, i sopravvissuti, le famiglie e i volontari. “Sono commosso per la personale attenzione del papa e la sua compassione verso i miei connazionali”, dice ad AsiaNews Tunggur, un residente di East Java.

Per l’Indonesia, che si trova sulla zona sismica del cosiddetto “anello di fuoco”, non sono finiti i pericoli. Oggi, il vulcano più attivo del Paese, il monte Merapi, a Java centrale, ha eruttato lapilli e ceneri nell’aria, mentre la lava incandescente fuoriusciva verso il fiume Krasak.

Due giorni prima, il monte Semeru nel distretto di Lumajang (East Java) ha eruttato lanciando nuvole di ceneri fino a 4mila metri di altezza.

Earthquake in West Sulawesi
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