21/11/2007, 00.00
MYANMAR - ONU
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La giunta rilascia i manifestanti, ma solo per farli morire a casa

Fonti di AsiaNews raccontano che i prigionieri scarcerati dai generali, come gesto di buona volontà, spesso non sopravvivono che pochi giorni per i trattamenti disumani subiti in prigione. Una risoluzione Onu condanna i generali per la repressione di settembre, ma i voti favorevoli sono meno del 50 per cento. Nuova missione di Gambari.
Yangon (AsiaNews) – “La comunità internazionale non vuole fare nulla per il popolo birmano e quello che rimane per poterci aiutare forse è solo la preghiera. Vi prego non dimenticateci!”. È un appello disperato “al mondo intero” quello che giunge ad AsiaNews da alcuni birmani, che ormai non credono più alle promesse della giunta , né all’efficacia delle iniziative internazionali. “I gesti di buona volontà del governo - denunciano le fonti di AsiaNews, anonime per ovvi motivi di sicurezza - come la scarcerazione dei detenuti in relazione alle proteste di settembre sono falsi”. Uno di questi prigionieri liberati, dalle zone del nord, racconta che su sette dei suoi compagni di cella tornati a casa, tre sono morti poco dopo a causa delle “malattie contratte in carcere o delle torture subite”.
 
“Inoltre, la Signora - dicono riferendosi alla leader democratica Aung San Suu Kyi – di fatto non è libera di parlare con i generali, anche se loro lo fanno credere”. Nel momento in cui i toni dovrebbero essere di disponibilità e comprensione, sui quotidiani di Stato invece continuano ad essere pubblicati articoli a firma di gruppi delle minoranze etniche che screditano la figura della Nobel. Questa aveva promesso di impegnarsi per la causa di tutte le formazioni in Myanmar, comprese le minoranze etniche. I militari convocano i responsabili dei singoli gruppi e li costringono a firmare questi testi preparati ad arte, riferisce Democratic Voice of Burma.
Tra la popolazione, quindi, non alimenta più grandi aspettative la notizia che l’inviato speciale Onu in Myanmar, Ibrahim Gambri, visiterà di nuovo la ex Birmania entro la fine dell’anno. Scopo di questa terza missione- spiega oggi lo stesso diplomatico - promuovere una “parte sostanziale del dialogo” tra la giunta e la Suu Kyi.
 
Comprensibile la sfiducia dei birmani verso la comunità internazionale, che “sacrifica la causa della democrazia per non scontentare i militari” e indirettamente i loro grandi alleati: Cina, India e Russia. Ieri la commissione diritti umani dell'Assemblea generale dell'Onu ha approvato una risoluzione non vincolante che condanna in modo diretto la giunta birmana per aver “picchiato, ucciso, detenuto arbitrariamente e fatto sparire” i manifestanti guidati dai monaci. Il documento – che verrà inviato all'Assemblea generale, la quale di solito vota come il Comitato - è passato con 88 voti a favore, 24 contrari e 66 astensioni. Tra gli oppositori appunto Cina, India, Russia, ma anche i membri dell’Associazione dei Paesi del Sud-Est Asiatico (Asean).
 
All’Asean, il cui vertice annuale a Singapore si chiude oggi, si è rivolto il gruppo studentesco “Generazione ‘88”, in prima linea nelle proteste contro il regime. L’Associazione è vista come l’unico organismo internazionale che possa esercitare pressioni efficaci sul regime di Naypdydaw.
 
In una lettera inviata il 18 novembre ai partecipanti, gli studenti chiedono che l’Asean assuma un “ruolo più forte nel premere sui militari per iniziare un dialogo sincero verso la riconciliazione nazionale”. E aggiungono: “se il regime continua ad ignorare gli sforzi della comunità internazionale, vi chiediamo di considerare una sospensione del Paese dall’Asean”. Quest’ultima richiesta avanzata pochi giorni fa dagli Stati Uniti, è stata però già rifiutata.
 
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