18/01/2012, 00.00
PAKISTAN
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“Memo-gate”: il testimone chiave in Pakistan, per deporre davanti ai giudici

di Jibran Khan
Il 24 gennaio Mansoor Ijaz tornerà nel Paese di origine, dopo aver ricevuto il viso dall’ambasciata pakistana in Svizzera. Egli ha ricevuto minacce di morte ed è al centro di un caso politico-giudiziario: nato dal raid che ha portato all’uccisione di Bin Laden, vede contrapposti l’esecutivo e i militari. Timori per un colpo di mano dell’esercito.
Islamabad (AsiaNews) – L’uomo d’affari statunitense Mansoor Ijaz ha ottenuto il visto di ingresso per il Pakistan, Paese d'origine, dove tornerà entro il 24 gennaio per presentarsi davanti ai magistrati della Commissione di inchiesta. Egli ha ricevuto il documento a Berna, dalla rappresentanza diplomatica di Islamabad in Svizzera. Il businessman è testimone chiave del “memo-gate”, una vicenda dai contorni oscuri originata dall'uccisione di Bin Laden e che ha sancito la spaccatura fra governo ed esercito, il vero “potere forte” della nazione asiatica. Intanto sarebbero cadute le accuse di oltraggio alla Corte nei confronti del premier Gilani, che dovrà però cedere alle pressioni interne e inviare una richiesta ufficiale alla Svizzera, per permettere la riapertura di un’inchiesta su una presunta vicenda di corruzione nella quale è coinvolto il presidente Zardari.

Al centro della contesa fra esecutivo ed esercito vi è il “memo-gate”, scoppiato nell’ottobre scorso: Mansoor Ijaz (nella foto) avrebbe consegnato un memoriale in cui veniva chiesto il sostegno Usa contro un possibile colpo di Stato dell’esercito, all’indomani del raid che ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden. Il fondatore di al Qaeda avrebbe trascorso gli ultimi anni in una villa ad Abbottabad, a poca distanza dal più importante centro di addestramento dell’esercito pakistano. Un elemento che ha innescato roventi polemiche e ipotizzato una “copertura” dei militari a Bin Laden. La controversia ha incrinato i rapporti fra esecutivo e militari – pronti al colpo di Stato – e da qui l’ipotetica decisione di appellarsi agli Usa, che oltretutto sono fra i finanziatori dell'esercito di Islamabad, nella lotta contro il terrorismo . Il memoriale consegnato a Washington sarebbe opera dell’ambasciatore pakistano negli Stati Uniti, dietro precise indicazioni del presidente Zardari. In risposta, i militari accusano l’esecutivo di aver “svenduto” la sovranità nazionale – anche se non vi sono elementi concreti – pur di restare al potere.

In un primo momento l’uomo d’affari doveva comparire davanti ai giudici il 16 di gennaio. L’udienza è slittata al 24, per permettergli di rientrare nel Paese di origine nei tempi previsti. Mansoor Ijaz ha più volte ricevuto minacce di morte e la famiglia non nasconde le preoccupazioni in vista di un ritorno in Pakistan. Il testimone-chiave conferma di “aver perso il conto” ma non sembra intimorito; egli aggiunge che l’esercito ha mostrato un comportamento “paziente” di fronte all’atteggiamento “arrogante” dell’esecutivo. Analisti ed esperti di politica pakistana confermano che le prossime settimane saranno “cruciali” per il destino della nazione, legata a doppio filo alla lotta di potere in corso fra esecutivo, esercito e magistratura.

Domani, infine, è prevista l’udienza del Primo Ministro Yousuf Raza Gilani davanti ai giudici della Corte suprema. In un primo tempo egli era stato diffidato per non aver verificato l’applicazione di una sentenza dei tribunale, che ricusava un provvedimento di amnistia del quale ha beneficiato anche il presidente Asif Ali Zardari, indagato per un presunto giro di corruzione. Il premier, secondo quanto riferisce il suo avvocato, sembra intenzionato a evitare lo scontro frontale con i giudici e favorire la riapertura del fascicolo di indagine, chiamando in causa le autorità svizzere. Dall’entourage del presidente ostentano calma e fiducia: anche se il caso venisse riaperto, Zardari può comunque beneficiare dell’immunità garantita dalla carica ricoperta.
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