05/02/2008, 00.00
TURCHIA
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A due anni dal suo assassinio, resta vivo il messaggio di don Andrea Santoro

di Mavi Zambak
L’anniversario ricordato a Trabzon da mons. Paglia che ricorda le parole del sacerdote assossinato sull’essere presenti “in questo mondo mediorientale semplicemente come cristiano, sale nella minestra, lievito nella pasta, luce nella stanza, finestra tra muri innalzati, ponte tra rive opposte, offerta di riconciliazione”.
Trabzon (AsiaNews) – Sono passati esattamente due anni dalla morte di don Andrea Santoro, ucciso a Trabzon, sul mar Nero in Turchia, il 5 febbraio 2006 mentre stava pregando nella chiesa di Santa Maria, di cui era parroco.
 
I giornali locali turchi annunciano la celebrazione di suffragio ed in pochi trafiletti rendono nota la notizia sottolineando che quest’anno non sarà presente la mamma del sacerdote e neppure grandi personalità ecclesiali come lo scorso anno, quando venne da Roma il card. Camillo Ruini e da Ankara il nunzio papale. Quest’anno sono presenti “solo” mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e responsabile nella Conferenza episcopale italiana della Commissione per il dialogo ecumenico e interreligioso, il vescovo dell’Anatolia mons. Luigi Padovese, una sorella del sacerdote ucciso e un gruppetto di religiosi e religiose provenienti dalle piccole comunità cristiane sparse sul territorio dell’Anatolia.
 
Con l’aggiunta di una foto d’archivio i media liquidano l’avvenimento, così come ormai risulta liquidato il caso di omicidio, con la condanna a 18 anni di carcere del ragazzo ritenuto l’assassino, nonostante proprio in questi giorni un'inchiesta della procura di Istanbul ha portato alla luce l'organizzazione terroristica turca Ergenekon. Militari, mafiosi e avvocati ultranazionalisti che avevano nel mirino politici curdi, giornalisti e il Nobel Orhan Pamuk. E a loro si potrebbero attribuire i fatti di sangue che hanno terrorizzato la Turchia negli ultimi due anni, tra cui appunto anche l'assassinio di don Andrea Santoro, quello di Hrant Dink, quello del giudice Ozbilgin e la strage di Malatya.
 
Qualcosa si sta muovendo: oggi presente alla funzione il vice Muftì della regione di Trabzon, e in rappresentanza del Ministro degli affari religiosi di Turchia, commosso, ma determinato, davanti ad un nugolo di giornalisti e poliziotti, ha rivolto a tutti un breve discorso di condoglianze. “La nostra religione condanna esplicitamente la violenza e l’omicidio. – ha proclamato - Dio ci ha creati liberi e quindi ogni eserse umano è libero di scegliere il proprio credo e la propria fede. Siamo qui a pregare insieme per la pace nel mondo, dispiaciuti per quanta violenza avviene ancora in questa terra. Condanniamo ogni forma di terrorismo e diamo a tutti voi il benvenuto nella nostra città”.
 
La Messa, celebrata in italiano con alcune parti in turco, si è svolta poi con molta semplicità, discrezione e serenità. Un piccolo gruppetto di fedeli, raccolti attorno alla memoria e alla figura di don Andrea. Presenti, fedelissime, anche due delle tre giorgiane che proprio poco prima dell’uccisione del prete avevano “osato” invitare il Papa in Turchia con un’accorata lettera di presentazione della loro situazione e della vita dei cristiani in Turchia. Con tanta semplicità hanno posto un mazzo di fiori sulla panca dove don Andrea è stato ucciso. Presente anche un gruppetto di fedeli turchi, ortodossi e protestanti, che con orgoglio hanno detto che mentre tutti dopo la morte di don Andrea sono scappati, loro hanno continuato con fedeltà a partecipare alle preghiere che si tengono in questa chiesa: “Non abbiamo paura di nessuno, temiamo solo Dio”.
 
Non tutti sono stati coraggiosi come loro: diverse le persone che negli anni della sua presenza qui avevano beneficato della benevolenza e dell’affetto di don Andrea, e che hanno preferito rimanere nell’anonımato. Come quella signora musulmana che con le lacrime agli occhi, tempo addietro ha confidato di aver ricevuto più volte la visita cordiale e amichevole del sacerdote al capezzale di suo marito, dichiarando che ancor oggi prega per l’anima di questo uomo di Dio.
 
Così per i numerosi studenti che visitavano la chiesa e godevano delle spiegazioni di don Andrea sul Vangelo e sulla fede cristiana. Sono loro quella pasta lievitata ora sparsa nel mondo di cui tanto parlava don Andrea. Sono loro che pur nelle mille difficoltà della vita in questa Terra hanno davanti a loro un faro che continua a illuminar loro la vita in una maniera a noı misterosa, così come ha ben ricordato mons. Paglia: “In un mondo in cui è facile eserse travolti dai venti della superficialità e del consumismo perbenista, in un mondo in cui è sempre più difficile un amore che vada oltre i confini del proprio piccolo mondo, la testimonianza martoriale di don Andrea e dei tanti martiri di questo nostro tempo ci mostra quell’amora gratuito e senza limiti che è la stella polare che può illuminare gli uomini a non precipitare nella notte buia dell’amore solo per se stessi e per i propri confini”.
 
E come ben ha ricordato il vescovo di Terni, caro amico di don Santoro fin dai tempi del seminario, suo compagno di studio e di classe, “è ancora più significativo ricordare don Andrea in questo anno del bimillennio di san Paolo. L’apostolo, figlio di questa terra, l’ha lasciata per portare il Vangelo sino a Roma. Don Andrea, con cammino inverso, è venuto qui come a pagare quel debito di riconoscenza che anche Roma deve verso l’apostolo. Don Andrea pensava che era urgente tornare qui per attingere direttamente dalla fonte la forza del Vangelo che aveva cambiato Roma e il mondo”. E il vescovo conclude ripetendo l’appello accorato lanciato già da don Andrea: “Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come cristiano, sale nella minestra, lievito nella pasta, luce nella stanza, finestra tra muri innalzati, ponte tra rive opposte, offerta di riconciliazione? Sono parole che non dobbiamo smarrire. Soprattutto in quest’ora dobbiamo raccoglierle e conservarle perché bagnate dal suo sangue, dalla sua testimonianza martiriale”.
 
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