22/04/2026, 10.33
PAKISTAN
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Adil Masih: io, cristiano incatenato e affamato. Schiavo moderno in una fornace

di Shafique Khokhar

Ad AsiaNews la straziante storia di sopravvivenza e lotta per la libertà di un giovane paadre di due figli. Per mesi il proprietario della fabbrica lo ha tenuto in condizioni di schiavitù per sfruttarne il lavoro senza versare lo stipendio. Libero grazie all’intervento di una ong e alla sentenza di un giudice. Azhar Saeed: non è una tragedia isolata, ma parte di un’ingiustizia molto più ampia.

Raiwind (AsiaNews) - Per mesi in Pakistan una famiglia cristiana povera e di umili origini ha vissuto un dolore che nessun genitore dovrebbe mai sopportare: non sapere se il proprio figlio fosse vivo, morto o se stesse ancora soffrendo in silenzio da qualche parte. Quel figlio era Adil Masih, un operaio di 22 anni che otto mesi fa era andato a lavorare in una fornace di mattoni per guadagnarsi da vivere onestamente e mantenere la propria famiglia. Tuttavia, il giovane cristiano è rimasto intrappolato in quella che può essere descritta come una forma di “schiavitù moderna”. Adil è padre di due figli, una bambina di quattro anni e un bambino di sole due settimane nato mentre si trovava ancora nelle mani dei suoi aguzzini. 

Adil aveva lavorato per sei mesi caricando mattoni nella fornace di Khalid Gujjar a Raiwind, Lahore, ma il proprietario non gli aveva mai pagato lo stipendio. Quando ha infine chiesto i soldi per poter comprare da mangiare per la sua famiglia, è stato convocato dal proprietario e intrappolato con un inganno. Invece di ricevere la sua paga, è stato rinchiuso. “Sono stato portato e tenuto in una stanza simile a una prigione”, ha raccontato ad AsiaNews dopo il suo rilascio. “Non c’era luce, né ventilatore, né aria adeguata, e nemmeno una lampadina. Sono stato tenuto lì per quattro mesi”.

Il giovane ha proseguito dicendo che gli veniva dato da mangiare solo una volta al giorno: un pezzo di pane, peperoncino tritato e acqua. A volte non gli veniva nemmeno dato da bere in modo adeguato. E quando ne chiedeva, gliela gettavano per terra invece di porgergliela in un bicchiere. La stanza non era solo un luogo di reclusione, ma anche di umiliazione e sofferenza. Vi erano pure altre persone, tutte intrappolate in una miseria simile. Ogni mattina, Adil e gli altri venivano condotti all’esterno sotto sorveglianza e costretti a lavorare in modo che non potessero scappare. Ha raccontato che non era loro permesso di parlare con nessuno. Di notte, gli venivano apposte delle catene alle mani e ai piedi. “I segni - ha confessato - delle catene sono ancora visibili sul corpo”.

La sua sofferenza era aggravata dalla sua salute cagionevole, perché Adil ha un solo rene funzionante. In tali condizioni, senza cibo, acqua o cure mediche adeguate, ogni giorno che passava metteva la sua vita in pericolo. Ciononostante, la sofferenza fisica non era l’unico dolore che doveva sopportare. Adil ha raccontato che quando cercava di pregare o di farsi il segno della croce, veniva picchiato e maltrattato. La sua fede cristiana veniva insultata e derisa. Eppure, anche in quell’oscurità, continuava a pregare.

Suo padre, Ashraf, ha raccontato che la famiglia era ormai disperata. Sono poveri, vivono in un alloggio in affitto e ai loro figli è stata negata l’istruzione. Gli altri figli della famiglia lavorano come manovali solo per contribuire al sostentamento della famiglia. Poi è arrivato un altro colpo crudele: il proprietario della fornace avrebbe chiesto 350mila rupie (circa 1.070 euro) per il rilascio di Adil, una somma impossibile da versare per una famiglia cristiana in difficoltà, già intrappolata nella povertà. Ashraf ha raccontato che era arrivato un momento in cui aveva quasi perso la speranza. Ed il dolore della famiglia era stato aggravato da una realtà straziante: mentre il figlio era in condizioni di prigionia, era nato un nuovo bambino in famiglia.

Tutto ha cominciato a cambiare quando la famiglia si è rivolta alla Fondazione The Edge e al suo team di avvocati per chiedere aiuto. Dopo le azioni legali e l’intervento della polizia, Adil è stato finalmente ritrovato la scorsa settimana e portato in tribunale. Il giudice ha quindi ordinato che fosse riconsegnato a suo padre. Quel momento non è stato solo un successo legale: è stato il ritorno di una vita, di un figlio e della speranza di un padre. Dopo il suo rilascio, il giovane e suo padre hanno visitato l’ufficio per esprimere la loro gratitudine. Il loro sollievo era misto a dolore, shock e incredulità per ciò che avevano dovuto sopportare.

Adil non parla con amarezza, ma con una dignità straordinaria. “Perdono chi mi ha fatto del male” ha sottolineato. “Prego affinché Dio - ha aggiunto - li guidi e che cose del genere non accadano mai più a nessuno”. Egli ha inoltre rivolto un accorato appello alle persone presenti. “In futuro non lavorerò mai più in una fornace di mattoni. Anche se dovessi mangiare solo mezzo roti (pane), non lavorare - ha proseguito, rivolgendosi agli astanti - mai in una fornace di mattoni. È una forma edulcorata di schiavitù”. Ora libero, Adil desidera qualcosa di semplice ma profondo: un futuro diverso. Vuole stare lontano dal lavoro in fornace, ricostruirsi una vita, istruire i suoi figli e guadagnarsi da vivere con dignità. In qualità di meccanico di motociclette semi-qualificato, vi è la speranza che, col giusto sostegno, possa ricominciare da capo.

Commentando il caso Malik Azhar Saeed, co-presidente della Edge Foundation, ha affermato che la storia di Adil non è una tragedia isolata, ma parte di un’ingiustizia molto più ampia. “Il caso di Adil Masih - sottolinea ad AsiaNews - è un doloroso promemoria del fatto che la schiavitù moderna esiste ancora in Pakistan”. “Dietro le mura di molte fornaci di mattoni - ha proseguito - si nascondono storie di fame, catene, paura e sfruttamento. I più deboli sono intrappolati a causa della povertà, dell’impotenza e dell’influenza dei proprietari. Molte delle vittime provengono dalla comunità cristiana, che rimane particolarmente vulnerabile in questo sistema di sfruttamento”. La libertà di Adil è un momento di gioia, ma è anche un atto d’accusa. Mette a nudo un sistema in cui i lavoratori cristiani poveri possono ancora scomparire dietro le mura delle fornaci, dove i salari non pagati si trasformano in prigionia e dove la povertà viene sfruttata con crudeltà.

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