Avvocatessa cristiana arrestata in Iran per atti ‘contro la sicurezza nazionale’
Fra i capi di imputazione contro Bahar Saharaian vi sarebbero anche “attività di propaganda” contro la Repubblica islamica e “diffusione di notizie false”. Nel 2022 era già stata in carcere perché aveva aderito alla protesta dei colleghi per la repressione delle proteste seguite alla morte di Mahsa Amini. Hotel chiuso per mancato rispetto delle norme sull’hijab e record di esecuzioni nel 2025.
Teheran (AsiaNews) - Una avvocatessa cristiana che in passato ha difeso a più riprese i prigionieri politici, compresi gli stessi membri della comunità cristiana iraniana perseguiti a causa della loro fede, è stata nuovamente arrestata nella sua città di Shiraz, nel sud del Paese. Secondo quanto riferisce Article18 - sito specializzato nel documentare abusi e limiti al culto in Iran che rilancia una denuncia del sito web Emtedad - Bahar Saharaian sarebbe stata arrestata il 16 maggio scorso, mentre seguiva alcuni casi in discussione alla Corte rivoluzionaria della città. L’episodio conferma una volta di più il quadro di costante repressione interna da parte dei vertici della Repubblica islamica verso attivisti e minoranze religiose; il giro di vite si è ulteriormente inasprito in questi ultimi mesi, all’indomani della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele all’Iran.
Alcune testimonianze raccontano che la mattina stessa del fermo sarebbe stata condotta presso l’ufficio del pubblico ministero e accusata di “associazione a delinquere finalizzata ad atti contro la sicurezza nazionale”. Alla prima imputazione ne seguirebbero altre due relative ad “attività di propaganda contro il sistema islamico” e “diffusione di notizie false”, una incriminazione pretestuosa spesso sfruttata per silenziare attivisti e voci critiche. La donna è stata successivamente trasferita nel carcere di Adel Abad.
Nel 2022 Bahar è stata una degli oltre 30 avvocati arrestati sulla scia delle proteste seguite alla morte della 22enne curda Mahsa Amini, uccisa dalla polizia della morale che l’aveva fermata all’uscita di una metro a Teheran perché non indossava correttamente l’hijab, il velo islamico. A quel tempo, come oggi, migliaia di manifestanti erano in attesa di processo ma non avevano accesso all’assistenza legale, mentre il pubblico ministero invocava la condanna a morte.
Bahar ha difeso clienti tra cui Sam Khosravi e Maryam Falahi, la cui figlia adottiva, Lydia, è stata allontanata dalla loro custodia per ordine del tribunale poiché si erano convertiti al cristianesimo e Lydia era considerata nata musulmana. E ancora Sara Ahmadi e Homayoun Zhaveh, che sono stati condannati a un totale di 10 anni nella famigerata prigione di Evin a Teheran, anche se Homayoun, già sessantenne, soffriva di Parkinson in stadio avanzato.
Nel caso di Sam e Maryam, Bahar è riuscita a ottenere due fatwa dai grandi ayatollah - la massima autorità islamica sciita in Iran - che aprivano all’adozione. Nel testo della dichiarazione si leggeva infatti che, data la “natura critica” del caso, le precarie condizioni di salute della bambina e l’indiscutibile legame affettivo con i genitori, l’adozione di Lydia da parte di convertiti al cristianesimo era “ammissibile”.
La giurista cristiana stata anche una dei 120 avvocati che hanno firmato una lettera aperta indirizzata all’allora capo della magistratura e futuro presidente Ebrahim Raisi, morto durante il mandato in un misterioso incidente di elicottero, esortandolo a revocare la decisione. Tuttavia, a dispetto degli appelli e dei pareri degli autorevoli esperti islamici, Raisi non ha mai emesso una sentenza di nuovo affidamento della figlia adottiva.
Un’altra avvocatessa che ha difeso diversi cristiani, Shima Ghosheh, è stata arrestata nel gennaio di quest’anno e rilasciata a marzo dietro cauzione, con l’esborso di una somma pari a quasi 40mila dollari. Shima ha rappresentato cristiani, tra cui la famiglia iraniano-assira Bet-Tamraz e convertiti accusati di “apostasia”, reato che in passato ha portato a condanne a morte.
L’arresto dell’avvocatessa rientra in una politica più ampia di repressione contro la minoranza cristiana, come testimoniato dal recente rapporto annuale di gruppi attivisti che certificano l’escalation di processi e carcere per la fede, il possesso di materiale religioso o la conversione. Nel 2025 quasi il doppio dei cristiani sono stati arrestati con accuse relative a credenze o attività religiose, rispetto all’anno precedente (254 contro 139). Inoltre, più del doppio ha subito pene detentive, esilio o lavori forzati nel 2025 (57) rispetto al 2024 (25). Quarantatré cristiani stavano ancora scontando condanne alla fine del 2025, almeno altri 16 risultano in custodia cautelare. Almeno 11 cristiani hanno ricevuto condanne di 10 anni, altri un totale di nove anni di esilio e 249 anni di privazioni sociali, vedendosi negati diritti di base come salute, lavoro o istruzione.
Non solo arresti, ma vi è anche l’ampio ricorso alle condanne a morte come certifica il rapporto pubblicato nei giorni scorsi da Amnesty International, che ritiene la Repubblica islamica “responsabile in massima parte” dell’aumento record di esecuzioni registrato lo scorso anno. Nel 2025 almeno 2.707 persone sono finite fra le braccia del boia in 17 Paesi diversi, con la cifra più alta registrata da quando ha iniziato il monitoraggio nel 1981. Le autorità iraniane hanno effettuato almeno 2.159 esecuzioni, più del doppio della cifra registrata l’anno precedente e di gran lunga il più grande contributo all’aumento globale. “Una minoranza sfrontata sta armando la pena di morte per instillare paura, schiacciare il dissenso e punire le comunità emarginate” ha dichiarato la segretaria generale AI Agnès Callamard.
Infine, non si fermano i provvedimenti restrittivi e le punizioni collegate alla controversa norma sul velo islamico: nei giorni scorsi le autorità hanno apposti i sigilli all’Ameri House Hotel di Kashan, uno dei più grandi complessi di ospitalità tradizionale della città storica, per “mancata conformità all’hijab”. Il complesso turistico impiega direttamente circa 90 persone e ne supporta indirettamente quasi altre 150, rendendolo uno degli alberghi tradizionali più importanti della regione. Una decisione che conferma il giro di vite della Repubblica islamica, che è andato intensificandosi, nell’applicazione delle leggi sul costume e la morale, comprese le restrizioni relative all’abbigliamento femminile, in seguito alla guerra con Israele e Usa.
09/09/2019 08:52




