24/02/2023, 10.29
IRAN
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Teheran: escalation di persecuzioni anti-cristiane nelle rivolte per Mahsa Amini

I dati contenuti nel rapporto 2022 degli attivisti di Article18. Almeno 134 fedeli arrestati a causa dell’appartenenza cristiana, 30 hanno subito condanne al carcere o l’esilio, 61 hanno scontato un periodo in prigione. Nel mirino anche quanti promuovono funzioni di preghiera in chiese domestiche. Luoghi di culto ancora chiusi per restrizioni legate alla pandemia di Covid-19. 

Teheran (AsiaNews) - Nell’anno delle dimostrazioni per Mahsa Amini, le autorità iraniane hanno inasprito le persecuzioni nei confronti dei cristiani, riconosciuti e “clandestini”. È quanto emerge dal rapporto elaborato dagli attivisti di Article18, a conferma di una pratica vessatoria e discriminatoria verso le minoranze religiose in continua crescita. Violazioni alla pratica del culto e persecuzioni a sfondo confessionale, il più delle volte passate sotto silenzio o nell’indifferenza di una comunità internazionale che ha reagito timidamente anche di fronte alla sanguinosa repressione delle proteste. Una rivolta popolare, con in prima fila le donne e in gran parte pacifica, innescata  dall’uccisione della 22enne curda per mano della polizia della morale a Teheran, la cui unica colpa era di non indossare correttamente l’hijab, il velo obbligatorio, divenuto simbolo di oppressione.

Il report 2023 sulle “Violazioni ai diritti dei cristiani in Iran” è uno studio elaborato dagli attivisti di Article18, assieme a Christian Solidarity Worldwide (Csw), Middle East Concern e Open Doors International giunto ormai alla sua quinta edizione. Il documento, di 25 pagine, è stato pubblicato nei giorni scorsi in concomitanza con il 44mo anniversario dell’omicidio del reverendo Arastoo Sayyah, primo cristiano ucciso a causa della fede nella Repubblica islamica dell’Iran, a soli otto giorni di distanza dalla sua fondazione. 

Oggi le morti violente dei cristiani sono un fenomeno meno comune rispetto al passato come documentano gli studi ma, a differenza di quanto affermano i vertici di Teheran, il Paese è ancora lontano dal garantire piena libertà di fede. Al contrario, le minoranze religiose compresa quella cristiana - sia le comunità “riconosciute” come caldei e armeni sia i convertiti che non beneficiano di diritti costituzionali - sono “sistematicamente” private del diritto di praticare il culto. Una politica repressiva e in aperta violazione degli obblighi assunti quale Paese firmatario della International Covenant on Civil and Political Rights.

Le proteste di piazza legate all’uccisione della giovane e la percezione del velo come elemento di “oppressione” mostrano il crescente “grido di libertà” fra gli iraniani, soprattutto i giovani. Una libertà, spiegano gli attivisti, che è quella di poter vivere “in accordo con il proprio credo e secondo i propri ideali” e che vale ancor più per i cristiani, perseguitati anche per la loro fede.

I numeri contenuti nel rapporto rivelano l’emergenza: 134 cristiani sono stati arrestati lo scorso anno per questioni legate alla fede, più del doppio rispetto ai 59 del 2021; almeno 30 hanno subito condanne al carcere o sono state costrette all’esilio; altri 61 hanno scontato un periodo in prigione, anche in questo caso un dato ben superiore rispetto ai 34 dell’anno precedente.

Alla fine del 2022 17 cristiani si trovavano in cella con condanne fino a 10 anni per aver “agito contro la sicurezza nazionale” o “propaganda contro il regime” mentre resta prassi comune colpire quanti non professano l’islam sciita bollandoli come “minaccia” alla Repubblica e ai suoi valori. Lo scorso anno due fedeli sono stati condannati a 10 anni per aver promosso una funzione di preghiera all’interno di una abitazione privata, nelle cosiddette “chiese domestiche”. Ancora, nel 2022 sono emersi 49 casi di torture psicologiche e 98 denunce di abusi (ma il dato reale è di gran lunga maggiore perché spesso le vittime non riportano le violenze) e 468 individui - fra i quali vi sono anche parenti non cristiani degli imputati - finiti nel mirino della giustizia. 

Ultimo aspetto quello relativo ai luoghi di culto: solo quattro chiese di lingua persiana sono ancora autorizzate ad operare all’interno del territorio della Repubblica islamica. Tuttavia, le autorità non hanno ancora concesso il nulla osta alla riapertura definitiva dopo aver bloccato le funzioni come misura di contrasto per la pandemia di Covid-19. Inoltre, le comunità non possono accogliere nuovi fedeli e registrano numero in progressivo calo, tanto da non superare i 70 membri in totale. 

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