13/05/2022, 09.22
IRAQ
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Baghdad, a sette mesi dal voto Paese in stallo. Card. Sako: ‘Governo e riforme’

Sforati i tempi per l’elezione del presidente, la nomina del premier e la squadra di governo. Le istituzioni ostaggio delle divisioni e dei blocchi contrapposti fra sadristi e filo-iraniani. Le trattative con i deputanti indipendenti. Patriarca caldeo: politica e istituzioni frenate da “ambizioni personali e di parte”, cittadini “frustrati”. 

Baghdad (AsiaNews) - Nell’ultimo periodo l’Iraq ha sforato tutte le scadenze previste dalla Costituzione per nominare il primo ministro, formare il nuovo governo ed eleggere il presidente della Repubblica, all’indomani delle elezioni parlamentari dell’ottobre 2021. Un voto che, in un primo momento, sembrava poter superare l’eterno schema di divisioni confessionali e appartenenze settarie che caratterizza la scena istituzionale dalla caduta del raìs Saddam Hussein. Ciononostante anche stavolta la situazione sembra ripetersi trascinando il Paese - già alle prese con un quadro economico complesso - in uno stallo senza fine che ha spinto in questi giorni il patriarca caldeo a lanciare un nuovo appello per riavviare i colloqui e raggiungere un accordo politico.

Il card. Louis Raphael Sako ha rivolto un appello ai politici iracheni, chiedendo loro di accelerare le operazioni finalizzate alla nascita di un nuovo esecutivo. Il 10 maggio scorso sono trascorsi sette mesi dalle elezioni parlamentari e il Paese, scrive il porporato, “attende con ansia” la formazione di un esecutivo che è frenata da “ambizioni personali e di parte”. I cittadini, prosegue, sono “frustrati da 19 anni bui di conflitti, violenze, terrore, fallimenti, corruzione e ingiustizia”. 

“Di fronte a questa amara realtà, ogni deputato - osserva il primate caldeo - deve rendersi conto che appartiene all’Iraq e agli iracheni ed è suo dovere dare priorità agli interessi del Paese, adottando meccanismi giuridici e costituzionali necessari a formare un governo capace di costruire uno Stato moderno”. Una autorità legittimata che è chiamata a proteggere “la sovranità nazionale e la democrazia, assicurare i diritti di ciascuno” a prescindere dalle convinzioni personali di carattere “religioso, sociale e politico”, intraprendendo le “riforme” necessarie e garantendo “servizi ai cittadini” prima che “sia troppo tardi”. 

In tre occasioni il Parlamento non è riuscito a raggiungere l’accordo sul nome del presidente della Repubblica, per il mancato raggiungimento del quorum per poter indire la votazione causato dal gioco dei boicottaggi e veti incrociati. Le due principali fazioni sono l’Alleanza per salvare la patria (SH), espressione del leader sciita Moqtada al-Sadr (e alleata con parte del mondo curdo e sunnita) la Struttura di coordinamento (CF), filo-Teheran con al suo interno il partito dell’ex primo ministro Nouri al-Maliki. A oggi nessuno dei due schieramenti è riuscito a raccogliere i due terzi dei 329 seggi di cui è formato il Parlamento monocamerale per scegliere il capo dello Stato; con il passare del tempo, appare sempre più decisivo il ruolo degli indipendenti e dei deputati espressione dei movimenti di protesta popolare divampati nell’ottobre 2019. 

Fonti di stampa rilanciano voci secondo cui al-Sadr sta preparando una nuova iniziativa finalizzata alla formazione del governo, i cui dettagli non sono però noti ma è difficile che si distacchino dalla proposta originaria di un esecutivo di unità nazionale. Il leader sciita sembra strizzare l’occhio agli indipendenti, dicendo di non voler chiedere ruoli o posizioni per i “suoi” in un futuro governo, L'alleanza ha stabilito quattro requisiti per la scelta del candidato alla poltrona di premier, fra cui l’assenza di qualsiasi sospetto o legame di corruzione e la nazionalità irachena, escludendo così quanti possiedono doppia cittadinanza. Egli deve poi presentare un programma “realistico” di governo, in grado di rispondere ai bisogni del popolo.

In una nota diffusa a margine di un incontro tenuto a Erbil, nel Kurdistan iracheno, la coalizione sadrista ha precisato di essere “aperta a qualsiasi forza politica che creda in un governo di maggioranza nazionale”. E conferma la trattativa avviata con i deputati indipendenti per arrivare a una maggioranza parlamentare definita. 

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