17/03/2006, 00.00
BANGLADESH
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Bangladesh: aumentano gli incidenti sul lavoro, ma niente carcere per i responsabili

Solo nei primi mesi di quest'anno gli incidenti mortali sono circa 200. Nelle fabbriche i proprietari non rispettano le norme di sicurezza, ma non esiste legislazione che ne preveda l'arresto. Attivisti: "Non chiamateli incidenti, sono omicidi intenzionali".

Dhaka (AsiaNews/Ds) – Crescono gli incidenti sul lavoro in Bangladesh, dove i proprietari di fabbriche continuano a violare le norme di sicurezza sicuri di non andare mai in carcere. Solo nei primi due mesi e mezzo di quest'anno gli incidenti mortali registrati dai media sono circa 200; in tutto, l'anno scorso, la stampa ne aveva riportati 289 con 1006 feriti gravi. E il numero reale è sicuramente maggiore.

Numeri molto più contenuti quelli riportati dall'Ufficio governativo per le ispezioni nelle fabbriche: dal 1995 al 2004 solo 163 morti e poche migliaia di feriti in 3.412 incidenti gravi e 20.414 più lievi. Diverse fonti mettono in dubbio le cifre definendole "ridicole". Secondo le statistiche è in aumento sia la frequenza che il numero di incidenti, ma il governo invece di studiare come frenare la tendenza, da anni studia un disegno di legge che prevede un consistente aumento nei risarcimenti alle vittime.

In un incontro con la stampa nazionale, la Bangladesh Occupational Safety, Health and Environment Foundation (Oshe) ha reso noto che i settori di abbigliamento, costruzioni edili, demolizioni navali e della coltivazione di riso sono quelli più a rischio. Le cause maggiori di incidenti sono l'esplosione di bollitori, incendi provocati da cortocircuiti, le fughe in massa per il panico in seguito ad incendi o crolli di edifici, cadute da impalcature, inalazione di gas letali, contatto fisico con macchinari scoperti.

Numerosi attivisti per i diritti umani sottolineano che gli incidenti sono per la maggior parte provocati da una "deliberata" violazione delle norme di sicurezza da parte dei datori di lavoro, che non vengono mai consegnati alla giustizia. Secondo Shirin Akhter, presidente dell'osservatorio per i diritti delle donne, questi "non si possono chiamare incidenti: sono omicidi intenzionali". "Avvengono – spiega – perché per accelerare la produzione e il profitto, i proprietari della fabbrica non rispettano gli standard minimi di sicurezza e negano agli operai il diritto di usare dispositivi di sicurezza e procedure che tutelino la loro salute e l'ambiente". Spesso, sottolinea  la donna, questi industriali se la cavano senza pene: le indagini sugli incidenti il più delle volte non si concludono o vengono insabbiate.

Il capo delle ispezioni alle fabbriche, Serajuddin, osserva che "i proprietari violano le leggi sulla sicurezza, perché la pena è solo simbolica: dopo un certo numero di incidenti li costringiamo a pagare un risarcimento alle vittime, ma non vengono mai arrestati". Non ci sono leggi per cui i datori di lavoro scontino personalmente la loro colpa. Il capo ispettore spiega, invece, che il governo da 10 anni studia un disegno di legge che se approvato prevedrà risarcimenti più ingenti alle famiglie. L'attuale Legge per il risarcimento dei lavoratori, del 1923, stabilisce un risarcimento di circa 250 euro alla famiglia di una vittima sul lavoro.

Ma non può essere una soluzione. Un esperto giapponese di sicurezza nelle industrie, Toyoki Nakao, mette in luce la differenza tra il suo Paese e il Bangladesh. Nella sola Tokyo il numero di Uffici governativi per le ispezioni in fabbrica è di 20. In tutto il Giappone gli ispettori sono circa 6 mila a fronte di 1.600 incidenti. In Bangladesh per migliaia di medie e grandi fabbriche gli ispettori sono solo 20.

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