Beirut schiacciata tra megalomania di Hezbollah e miopia Usa
Le iniziative diplomatiche per riabilitare lo Stato libanese come attore credibile in materia di sicurezza, deterrenza e stabilità cercano di correggere le valutazioni irrealistiche sulla possibilità che l'esercito da solo possa smantellare il movimento filo-iraniano. Intanto il Sud del Paese sprofonda in un triste abbandono.
Beirut (AsiaNews) - Quando il presidente della Repubblica Joseph Aoun ha invitato di recente Hezbollah ad un “atteggiamento ragionevole” e a consegnare in modo volontario le armi allo Stato libanese, si rivolgeva a un gruppo che da tempo ha sacrificato l’uso della ragione in favore di un’utopia teocratica. La risposta del segretario generale del partito di Dio Naïm Kassem al capo dello Stato, tanto brutale quanto sprezzante [ovvero “non avete le spalle abbastanza larghe per questo”, intendendo “la virilità”] non era una semplice uscita verbale.
Le sue parole traducono infatti una visione islamista di matrice fondamentalista della storia del mondo. E trasformano il Libano in una “variabile di aggiustamento” di uno scontro che lo supera e il cui esito deve essere, per l’Iran erede del grande ayatollah Ruhollah Khomeini, nientemeno che la distruzione di Israele e la riconquista di Gerusalemme.
Questa posizione ideologica non è nuova. Ma ciò che è nuovo oggi è il crescente divario tra la retorica di potere del movimento filo-Teheran e la realtà del suo indebolimento, sia strategico sia militare, sociale e ideologico. Infatti, la rinnovata arroganza di Naïm Kassem sembra basarsi sull’ipotesi, quanto mai ingannevole, di un “arretramento” statunitense nei confronti della Repubblica islamica.
Tuttavia, tutti sanno che se - almeno in apparenza - la pressione diretta di Washington su Teheran si sta allentando, In realtà si tratta solo di una misura tattica e che dunque il rischio di un attacco israeliano mirato contro Hezbollah in Libano aumenta automaticamente. La recente moltiplicazione dei raid aerei dei caccia con la stella di David contro obiettivi del partito di Dio a nord del Litani ne è la prova. Del resto per lo Stato ebraico il disarmo di Hezbollah deve essere totale e non limitarsi solo al sud del fiume.
Iniziative diplomatiche
È in questo contesto che interviene l’iniziativa diplomatica annunciata a Parigi, con il sostegno implicito dell’Arabia Saudita, per una conferenza internazionale a sostegno dell’esercito libanese. A lungo rinviata, questa conferenza si dovrebbe infine svolgere all’inizio di marzo nella capitale francese. Questo rinnovato slancio diplomatico fa parte di un tentativo di riabilitare lo Stato libanese come attore credibile in materia di sicurezza, deterrenza e stabilità.
Questo sforzo è stato ulteriormente rafforzato dall’annuncio di ieri della prossima visita a Washington del generale Rodolphe Haykal, comandante in capo dell’esercito libanese in programma dal 3 a al 5 febbraio. Questo viaggio punta a correggere un grave errore di valutazione da parte dell’amministrazione statunitense che aveva portato alla cancellazione di un primo viaggio, lo scorso novembre.
Questa prima decisione si basava su una valutazione irrealistica delle capacità dell’istituzione militare del Paese dei cedri. Come potrebbe infatti l’esercito libanese assumersi - da solo e contemporaneamente - tutte le funzioni che gli vengono assegnate? Essere allo stesso tempo: un esercito di difesa nazionale; una forza di sicurezza interna ausiliaria; una brigata antidroga; una polizia antiterrorismo; una polizia di frontiera; una struttura di intelligence incaricata di dare la caccia agli ex ufficiali del regime di Bashar al-Assad rifugiati in Libano. E, allo stesso tempo, schierare in modo massiccio e duraturo 10mila uomini a sud del Litani, senza il supporto della missione Onu in Libano (Unifil) che è in scadenza?
Questo accumulo di missioni e incarichi prima ancora di un errore di strategia, pare essere il frutto di una vera e propria negazione della realtà. All’esercito veniva chiesto di sostituire lo “Stato parallelo” senza fornirgli né i mezzi finanziari, tantomeno il personale necessario allo scopo. Ed è proprio questo elemento che Hezbollah ha sfruttato, presentandosi come partner a pieno titolo dello Stato. Un’entità paritaria rispetto allo Stato stesso. Sembra quasi che ciò che preoccupa veramente la formazione sciita sia vedere l’esercito libanese smettere di essere un semplice “ammortizzatore del caos”, per tornare ad essere un attore centrale della sovranità nazionale.
Il sud abbandonato
Nel frattempo il Libano meridionale versa (e sprofonda) in un triste abbandono. Il mito dello “Stato parallelo” si scontra oggi con una realtà assai più prosaica. “Case distrutte, negozi chiusi, famiglie sfollate: mancano i soldi”, sottolinea in sostanza la giornalista Katia Kahil. Qard el-Hassan, pilastro finanziario e vetrina sociale di Hezbollah, è in stato di asfissia. Gli assegni di indennizzo sono sospesi, le pratiche si accumulano senza risposta e le famiglie sfollate sopravvivono a credito, quando non sono costrette persino a vendere i loro ultimi beni immobili.
A Beirut, Saida o Nabatiyeh, le famiglie vivono ammassate in alloggi precari, in attesa di un sostegno ormai ipotetico. Anche i servizi un tempo sacrosanti - aiuti scolastici, borse di studio universitarie, assistenza medica - sono stati ridotti o congelati.
È qui che risiede la vera anomalia. Hezbollah continua a presentarsi come un baluardo militare contro Israele e un protettore sociale, mentre non è più in grado di assumere pienamente nessuna delle due funzioni. Se, come afferma Naïm Kassem, “non resterà pietra su pietra” se si lascia fare a Israele e Washington, la colpa non sarà né di un complotto esterno, né del capo dello Stato. Sarà il risultato di una doppia anomalia: uno “Stato nello Stato” inebriato dalla sua retorica sacrificale e uno Stato costretto a esistere senza ricevere i mezzi per farlo.
08/07/2025 11:58




