23/06/2022, 10.22
LIBANO
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Beirut: il peso dei rifugiati siriani è ‘insopportabile’, vanno rimpatriati

di Fady Noun

Il premier libanese Mikati lancia un monito alla comunità internazionale (e all’Occidente) per un ritorno dei rifugiati. Stime parlano di 1,5 milioni di persone, una parte può tornare nella “Siria utile” e pacificata. La loro presenza rischia di causare uno squilibrio demografico e stravolgere il “patto di vita comune”. 

Beirut (AsiaNews) - Dopo il capo della Chiesa maronita, anche il primo ministro libanese Nagib Mikati solleva in pubblico la questione relativa al dossier “sfollati siriani” (questo il termine ufficiale), affermando che il loro peso è diventato “insopportabile” per il Paese. La “frase sibillina” pronunciata dal premier al cospetto di Najat Rochdi, coordinatrice Onu degli aiuti umanitari in Libano, ha creato l’evento. “Lancio un appello alla comunità internazionale - ha detto - perché si impegni ad aiutare il Libano per far sì che gli sfollati siriani possano tornare nel loro Paese. In caso contrario, il Libano finirà per ritrovarsi in una posizione che non è auspicabile dalle cancellerie occidentali, vale a dire l’espulsione dei siriani dal Libano stesso”. 

Conosciuto per il suo essere flessibile e diplomatico, Mikati ha deciso prendere di petto la comunità internazionale, in risposta a un atteggiamento ostinato e le orecchie da mercante di fronte alle richieste avanzate dal Libano. Del resto, se la leadership del Paese dei cedri insiste da tempo sull’impatto negativo della presenza di un milione (alcune stime parlano di 1,5 milioni) di rifugiati siriani sulla vita della nazione, ritenendo che vi è una gran parte della cosiddetta “Siria utile” che è ormai (relativamente) calma e vi sono le condizioni per un loro ritorno degno, gli occidentali continuano a invocare la mancanza di sicurezza in Siria. E per questo un loro rimpatrio con le dovute garanzie non è affatto certo, in particolare per quanti si sono opposti al regime, una parte dei quali è già finita nelle carceri governative.

Di recente, si è persino parlato di un nuovo requisito internazionale: garantire che una volta in Siria, i rifugiati non siano costretti ad adempiere al servizio militare.

Alla conferenza internazionale sui rifugiati, che si è tenuta a Bruxelles il 9 e 10 maggio scorso, il Libano per bocca del ministro degli Affari sociali Hector Hajjar ha espresso il proprio risentimento alla comunità internazionale, contraria a qualsiasi proposta di rimpatriare i profughi siriani. Le autorità libanesi, che avevano redatto un dossier completo per mostrare quanto la presenza dei rifugiati sia divenuta gravosa, non hanno ottenuto alcun via libera all’idea di incoraggiare quanti fra i siriani “che lo desiderano o possono” a fare ritorno nelle loro case. Una delle ragioni di questa resistenza, spiegano, è che i rifugiati siriani in Libano ricevono un aiuto della comunità internazionale, che finirebbe per venire meno nel caso di un rimpatrio.

La frustrazione del Libano è tanto maggiore perché, a sostegno della propria richiesta, ha presentato anche una mappa relativa alla presenza di sfollati siriani sul proprio territorio, da cui è emerso che i rischi di attriti, disordini alla sicurezza e tensioni sociali sono aumentati. Al tempo stesso, le autorità libanesi hanno sostenuto che i servizi di cui godono le Forze dell’ordine, e in particolare i reparti della sicurezza interna, sono demotivanti se raffrontate alle difficili missioni loro affidate. Nei circoli di potere citati dalla stampa si suole dire che bisogna fare di necessità virtù e che, minacciato nella sua stabilità sociale e nella sicurezza, il Paese dei cedri non ha altra scelta che agire anche se questo potrebbe comportare accuse di “razzismo” o di “egoismo”.

Per cominciare, spiegano le fonti bene informate, il Libano sta valutando l’applicazione rigorosa della legge sui rifugiati secondo cui, sul piano giuridico, “sono persone che, per vari motivi, lasciano la loro nazione e non possono farvi ritorno”. Tuttavia, aggiungono le stesse fonti, molti siriani che rientrano in questo status in Libano, in realtà visitano regolarmente la Siria e vi fanno rientro senza particolari preoccupazioni. Ecco perché le autorità governative a Beirut potrebbero iniziare proprio da questo ambito, decidendo di non farli più tornare sul proprio territorio.

Inoltre, pur non dicendolo apertamente il Libano teme pure il peso della presenza siriana sugli equilibri demografici e confessionali della sua popolazione, che si basano sulla relativa uguaglianza tra le principali comunità, cristiane e musulmane. Tuttavia, ogni anno, secondo i dati ufficiali, ci sono 20mia nascite fra i siriani in Libano - oltretutto la stragrande maggioranza degli sfollati siriani sono sunniti - che vanno messe in relazione con il flusso migratorio dei libanesi avviato nel 2018. Un esodo verso l’estero che riguarda soprattutto i laureati e che ha fatto registrare una progressione passando da 200mila fra il 2018 e il 2021 alle 40mila già registrate nella prima metà dell’anno in corso.

Questo squilibrio è già stato rimarcato dal primate maronita, il card. Beshara Raï, durante il sinodo annuale della Chiesa maronita che si è appena concluso (11-18 giugno 2022). Il patriarca ha denunciato i progetti “integrazione, installazione e naturalizzazione” alimentati da alcune nazioni occidentali, ritenendo che ciò sarebbe servito alla “indipendenza, stabilità e unità” del Libano. E ha ricordato “il patto di vita comune che funziona da suo fondamento”, quando ha fatto riferimento alla percentuale relativa fra cristiani e musulmani in Libano.

Il patriarca ha infine invitato lo Stato libanese a negoziare con l’Autorità palestinese, la Lega araba, le Nazioni Unite e le grandi potenze la “ridistribuzione” dei rifugiati palestinesi in Paesi in grado di assorbirli sul piano demografico, esortando gli sfollati siriani a “tornare a casa”.

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