Bendcowsky: la mia Israele sempre più ‘isolata e violenta’, dalla società la ‘possibilità di pace’
L’esperta del Rossing Center alla vigilia della festa di Pesah racconta con preoccupazione un Paese che oggi sembra non credere più alla convivenza. "Per noi ebrei è una Pasqua in cui prevale la sensazione di sfinimento". I fronti di guerra, da Gaza all’Iran, alimentano odio e divisioni. Blocchi, discriminazioni per musulmani e anche cristiani. Fondamentale l'attività di quanti provano comunque ad ascoltare le ragioni dell'altro, mantenendo viva la speranza.
Milano (AsiaNews) - “La società israeliana è polarizzata e col passare del tempo sta diventando sempre più estrema”. Non usa giri di parole Hana Bendcowsky, attiva da anni nel mondo ebraico israeliano a favore del dialogo interreligioso, responsabile dei programmi per il Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations e figura di primo piano anche nel Rossing Center per l’educazione e il dialogo. Le persone, spiega ad AsiaNews, hanno “perso del tutto la fiducia nel mondo, nella comunità internazionale, nei palestinesi. E persino nella possibilità stessa di una pace”. Un Paese che “è più isolato ed è diventato più violento in molti modi diversi”, non solo per i fronti di guerra e gli attacchi di coloni estremisti in Cisgiordania, ma anche “per l’indifferenza e la mancanza di una ferma condanna”. Un clima di cui l'approvazione ieri della legge sulla pena di morte per il solo terrorismo palestinese è solo l'ultimo esempio. In questo quadro Gerusalemme si appresta a vivere, secondo forme e modalità stravolte come ai tempi del Covid-19, da domani sera la festa della Pasqua ebraica (Pesah) e i giorni della Pasqua cristiana.
Affrontando il tema della violenza, vi sono alcuni che “la attuano in modo pratico e sistematico” e altri “nel silenzio” ma “tale resta, pur se in forma diversa. Penso a quegli israeliani - spiega Bendcowsky - che fanno di tutto per non sapere quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania o per giustificare gli eventi, per non dover affrontare i veri problemi che stanno alla radice. Questa è la realtà degli ultimi due anni - avverte - e non è certo la società in cui sono cresciuta”. La ricercatrice del Centro Rossing, organizzazione interreligiosa basata a Gerusalemme e finalizzata alla promozione di una società inclusiva per tutti i gruppi religiosi, etnici e nazionali, descrive un “quadro di tensione” in cui è “quasi impossibile avere un dialogo onesto o un ascolto consapevole”. “E riconoscere e partecipare al dolore altrui”, aggiunge con amarezza.
Feste di sangue e divisione
Violenze, odio e divisioni alimentate dai numerosi fronti di guerra aperti dal governo israeliano - da Gaza al Libano, dall’Iran alla Cisgiordania - contrastano con la sacralità della Terra Santa e del particolare periodo che stanno vivendo le tre principali religioni monoteiste: prima il Ramadan e la Quaresima per musulmani e cristiani, la festa di Eid-al-Fitr che segna la fine del mese sacro di digiuno e preghiera islamico, infine la Pasqua ebraica che quest'anno cade dal primo al nove aprile e poi la Pasqua cristiana, il 5 aprile per i cristiani d'Occidente e il 12 aprile per le Chiese d'Oriente. “L’atmosfera che caratterizza ciascuno dei gruppi religiosi è molto diversa”, commenta l'attivista.
“Per noi ebrei - racconta - è un’altra festa da vivere in condizioni strane. La Pasqua viene celebrata all’interno delle case, nelle famiglie, che sono il cuore e il centro della ricorrenza ma non sappiamo ancora in quanti potremo riunirci. Non è come lo Yom Kippur o il Nuovo Anno che prevedono visite alla sinagoga, quindi l’attenzione è puntata sull’ambito domestico, col dubbio se potremo farlo in gruppi numerosi o in ambito ristretto” soprattutto per quanti non dispongono di rifugi e luoghi protetti. “In generale, prevale una sensazione diffusa di sfinimento, le persone - spiega - sembrano non avere più la forza per fare alcunché. I bambini sono a casa da inizio marzo, non possono andare a scuola o svagarsi; tenerli a casa e occuparsi di loro, dovendo al contempo lavorare, è sfiancante”.
Ai musulmani, prosegue, è impedito di “pregare nelle moschee” che sono “il cuore e il centro della loro fede. Non possono recarsi ad Al-Aqsa e la polizia mantiene un approccio molto rigido e violento con le persone che si radunano a pregare nei pressi delle mura della città vecchia” a Gerusalemme. “I musulmani palestinesi - sottolinea l’attivista - non sono potuti entrare per tutto il periodo [del Ramadan] perché non avevano il permesso, mentre io [di fede ebraica] potevo farlo senza particolari restrizioni”. “Vi è - afferma Bendcowsky - una chiara discriminazione, una selezione forzata: quando a riunirsi in capannelli o gruppi erano gli ebrei” anche in queste ultime settimane di guerra “la polizia non faceva nulla, ma se erano i musulmani a farlo, gli agenti intervenivano subito e in modo violento”.
Restrizioni e chiusure caratterizzeranno le festività anche dei cristiani, come ha già annunciato nei giorni scorsi il patriarca di Gerusalemme dei latini, il card. Pierbattista Pizzaballa, protagonista suo malgrado in queste ore assieme al Custode francescano Francesco Ielpo della crisi della domenica delle Palme iniziata con il blocco dell’ingresso nella basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme per la celebrazione della Messa e chiusa ieri con un accordo che garantisce al patriarcato l’accesso al luogo di culto, che resta però sempre chiuso ai fedeli.
Un Santo Sepolcro chiuso, annota la studiosa, come “avveniva in passato fino al XIX secolo e come è accaduto nel 2020” per l’emergenza sanitaria globale, senza pellegrini “ad affollare strade e piazze”. Commentando quanto successo domenica 29 marzo, Hana Bendcowsky si domanda se fosse necessaria questa “angoscia e confusione” fra i fedeli di tutto il mondo, per una evidente “mancanza di lungimiranza” che tanti danni ha causato “ai cristiani di tutto il mondo”. “Come israeliana - afferma - mi scuso per questa inutile angoscia. Rimaniamo impegnati, come cittadini, a sostenere la protezione dei luoghi santi per tutte le religioni e a garantire la libertà di culto, di coscienza e l’accesso a luoghi sacri per tutti, ebrei, cristiani e musulmani allo stesso modo”.
Quale via per il dialogo
Proseguendo la riflessione, l’esperta allarga il discorso “agli ultimi due anni, in cui la polizia ha mostrato un atteggiamento di restrizione e rigidità crescenti rispetto ai cristiani anche se, più che per cattiveria, sembra lo facciano per pigrizia”. “Già daa qualche tempo - prosegue - gli agenti cercavano di limitare gli accessi ai luoghi di culto, con le comunità cristiane e le varie chiese preoccupate”. E le forze dell’ordine si sentono più legittimate nel farlo, perché “i cristiani, a differenza di ebrei e musulmani, non urlano, non protestano e non fomentano violenze”.
Nella fase di profonda criticità non mancano difficoltà in tema di dialogo interreligioso, anche fra ebrei e cristiani soprattutto in Israele dove i rapporti e gli equilibri risultano differenti rispetto al resto del mondo. “È un quadro unico di tensione” avverte, anche perché deve “necessariamente essere improntato all’onestà”. “Le persone - racconta - vivono in uno stato di guerra” che da tempo sembra permanente, e “quando sei in guerra hai un atteggiamento iperprotettivo e tendi a non ascoltare. Ciononostante credo vi siano ancora persone, in Israele come in Palestina, che sono aperte e disposte ad ascoltare, che non possono e non vogliono arrendersi, mantenendo viva la speranza”.
Un ruolo fondamentale in questo senso lo giocano le organizzazioni attiviste come il Rossing Center, che proprio in queste settimane ha organizzato due eventi significativi: il 25 marzo un webinar intitolato “Social Resilience Under Attack” e il 30 marzo un briefing dedicato a “Religious Freedom and Christian Communities in Israel and East Jerusalem: 2025 update”. Vi sono poi altre realtà di primo piano come Standing Together, Parents’ Circle e Faithful Left (Smol Ha’emuni). Quest’ultima in particolare, è importante perché formata da religiosi, anche ultra-ortodossi ed ebrei israeliani tradizionali che partendo dall’elemento della fede contrastano quanti usano la religione in modo strumentale. “Il gruppo ha promosso iniziative a tutela e protezione della popolazione in Cisgiordania - sottolinea - e lo ha fatto secondo una prospettiva religiosa ebraica”. Dialogo e convivenza “non possono essere imputati solo al governo, alla classe politica e dirigente - aggiunge - perché l’attuale leadership e le politiche promosse trovano un certo grado di sostegno fra la gente”. Per questo “è necessario un enorme cambiamento da dentro la società, non saranno certo le elezioni o un nuovo schieramento [politico] a migliorare la situazione”.
Il sentimento “anti-cristiano”
A confermare le criticità vi è anche l’ultimo rapporto del Rossing Center sulla libertà religiosa e le comunità cristiane “preparato prima della guerra”, che mostra come nel 2025 il quadro “sia leggermente peggiorato” rispetto al precedente, con un aumento degli incidenti. “Abbiamo indagato - racconta Hana Bendcowsky - fra gli ebrei israeliani circa il loro atteggiamento nei riguardi dei cristiani e del cristianesimo in generale, confrontando i risultati con quando emerso in una indagine analoga risalente al 2008”. Il primo elemento da sottolineare, come nel passato, è che più gli intervistati sono giovani maggiore è l’atteggiamento “negativo” verso i cristiani. Dall’altro vi è un “miglioramento” nell’approccio con gli arabi cristiani e, soprattutto, “abbiamo notato come i giovani che nel 2008 avevano una visione “radicale e negativa”, ora mostrano “opinioni più moderate”. Ancora, a fronte di una piccola percentuale di persone che si sentono a disagio davanti a una croce e ritengono lecito sputare contro sacerdoti e religiosi, vi è una maggioranza di persone che ritengono questo comportamento “negativo” e da “punire severamente”.
Infine, l’attivista auspica un crescente coinvolgimento di quanti operano per “promuovere la pace” e per sostenere una visione della vita che non sia solo “guerra e violenza” in un mondo che sembra bloccato “in una sorta di limbo”. “Non perdiamo la speranza - esorta - per la Terra Santa e il suo popolo, continuiamo a prendercene cura sostenendo anche il nostro lavoro di dialogo e convivenza, perché il mondo sappia che vi è modo di costruire la pace anche qui. Abbiamo bisogno - conclude - di messaggi positivi, non solo notizie di guerra e violenza”.
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