16/03/2026, 13.15
ISRAELE-PALESTINA-IRAN
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Card. Pizzaballa: 'Dio è tra chi muore nella guerra, non con chi abusa il suo nome'

L'intervento del patriarca di Gerusalemme a un webinar promosso dalla Fondazione Oasis. "Abbiamo visto in questi decenni di conflitto che cosa ha prodotto la violenza: solo ulteriore paura, rancore, odio. Sappiamo che gli appelli di Leone XIV cadranno nel vuoto, ma dobbiamo continuare a dire la verità. L'informazione è arma in questo conflitto. Gaza dimenticata ma la situazione rimane drammatica. In Cisgiordania attacchi quasi quotidiani dei coloni ai palestinesi".

Milano (AsiaNews) - “L'abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa e qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo. La guerra è innanzitutto politica e ha interessi molto materiali, come gran parte delle guerre. Dobbiamo fare di tutto per non lasciare spazio a questo linguaggio pseudo-religioso, che non parla di Dio, ma parla di noi”.

Lo ha detto ieri sera il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme intervenendo dalla Città Santa a un webinar promosso in Italia dalla Fondazione Internazionale Oasis sul conflitto che dilania il Medio Oriente. Interpellato sulle parole del segretario alla Guerra Pete Hegseth che in un briefing è arrivato a citare il salmo 144 per evocare una benedizione divina sull’attacco in corso, il card. Pizzaballa ha risposto che “come credenti dobbiamo fare il possibile per non lasciare il discorso a loro. Abbiamo bisogno di dire che no, non ci sono nuove crociate. Se è presente in questa guerra, Dio è tra quelli che stanno morendo, che stanno male, che soffrono, che sono angariati nelle varie forme, dappertutto in Medio Oriente, non sto dicendo da una parte o dall’altra. Questo conflitto ha connotazioni religiose, ma sono manipolazioni: chi vuole fare entrare la religione strumentalizza il nome di Dio”.

Commentando inoltre l’appello lanciato ancora una volta ieri da papa Leone, il patriarca di Gerusalemme ha detto: “Abbiamo visto in questi decenni di conflitto che cosa la violenza ha prodotto, in quale devastazione umana in questo momento ci troviamo. Quello che si costruisce nella violenza perisce, non ha futuro, ma crea anche vuoto intorno a sé: paura, rancore, odio, tutto ciò che nel linguaggio cristiano appartiene al mondo della morte. Non ti consente di vedere nulla oltre te stesso”. “Sappiamo bene che l'appello del papa è molto vero, ma anche che cadrà nel vuoto - ha aggiunto amaramente il card. Pizzaballa -. Però a che cosa serve una Chiesa se non a parlare di una realtà che ancora non c'è? Dobbiamo continuare a dire queste cose che possono sembrare campate in aria, ma in cui noi crediamo perché sono vere. Abbiamo bisogno anche di ritrovarci, per sapere su chi possiamo contare e investire per il futuro”.

Durante il collegamento con la Fondazione Oasis, il cardinale ha avuto parole forti anche sul ruolo dell’informazione in questa guerra: “La comunicazione - ha detto - è parte del conflitto, è un modo per farlo conoscere ma anche per giustificarlo, per renderlo accettabile. E dunque il ruolo dei giornalisti non è solo riportare le notizie, ma indagarle in maniera critica, aiutare il lettore a leggere quello che noi troviamo, a dargli un'interpretazione corretta il più possibile o comunque aiutarlo ad avere una lettura critica e dare un suo giudizio”.
In questo senso ha ricordato la nebbia dell’informazione che sta avvolgendo ora Gaza e la Cisgiordania. “Di Gaza non si parla più, ma la situazione rimane drammatica da un punto di vista umanitario - ha spiegato Pizzaballa, che è in costante contatto con la parrocchia della Sacra Famiglia -. Non c'è più un problema di fame, ma restano 2 milioni di persone sfollate, private di tutto, l'80% della striscia è ancora distrutto, non è iniziata nessuna ricostruzione; 36 ospedali sono parzialmente operativi, ma mancano medicinali, persino gli antibiotici di base. La gente vive letteralmente nelle fognature, le immagini non possono portare gli odori. Non si riesce a capire come e quando si sbloccherà questa situazione drammatica: il Board of Peace non ho ancora capito che cosa dovrebbe fare. E comunque è una sorta di circolo vizioso: se Hamas non consegna le armi Israele non si ritira, Hamas non consegna le armi se Israele non si ritira. Tutto resta fermo”.

“Quanto alla Cisgiordania - ha aggiunto - la situazione si sta deteriorando continuamente: quasi ogni giorno ci sono attacchi dei coloni sui villaggi palestinesi. Ormai sono quasi un migliaio i checkpoint, i palestinesi fanno sempre fatica a spostarsi, i permessi sono in gran parte cancellati”. Il patriarca ha infine espresso preoccupazione anche per le conseguenze dei due provvedimenti recenti relativi al catasto e al mancato riconoscimento dei titoli di studio palestinesi in Israele adottati recentemente dal governo israeliano: “Tenete presente che in molte zone palestinesi le proprietà non sono registrate, sono ancora legate alla vecchia amministrazione precedente al 1967, quindi è tutto molto complicato – ha commentato -. Quanto all’altro problema nelle nostre scuole abbiamo 232 insegnanti cristiani che vengono da Betlemme, perché non ne abbiamo per Gerusalemme. Non potranno più venire. E questo non solo metterà in difficoltà dal punto di vista economico le loro famiglie, ma anche le scuole perché non potranno trovare insegnanti cristiani. E queste - ha aggiunto - sono solo due situazioni per descrivere quanto la situazione resta complicata per tutti noi”.

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