02/07/2009, 00.00
INDIA
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Chiesa indiana: l’omosessualità non è un crimine, ma non può diventare una “norma sociale”

di Nirmala Carvalho
La Corte suprema di New Delhi depenalizza l’omosessualità e modifica l’articolo del codice penale che la definiva un reato. Dure critiche dal mondo islamico che accusa anche il governo di cedere alla decadenza occidentale. Il portavoce della Chiesa indiana: chi cerca di affermare una nuova definizione di famiglia mina le basi della società.
Mumbai (AsiaNews) - “La Chiesa indiana considera giusta e appropriata la decisione di rimuovere il marchio della ‘criminalità’ associato all’omosessualità, ma allo stesso tempo non può essere d’accordo con la proposta di affermarla come un comportamento normale”. P. Babu Joseph, portavoce della Conferenza dei vescovi dell’India (Cbci), spiega ad AsiaNews la posizione dell’episcopato indiano rispetto alla decisione della Corte suprema di New Delhi di depenalizzare l’omosessualità dichiarando incostituzionale l’articolo 377 del codice penale per quanto riguarda le persone maggiorenni e consenzienti.
 
Esponenti della comunità musulmana e indù hanno sollevato all’unisono dure critiche contro il governo colpevole di tradire la cultura indiana. I leader religiosi attribuiscono all’esecutivo guidato da Manmohan Singh la responsabilità di aver aperto la strada alla decisione della Corte suprema, che ha risposto ad una petizione promossa da un’associazione per i diritti dei gay, lasciando trapelare la notizia che il governo stava riflettendo sulla revisione dell’articolo 377.
 
“Gli omosessuali non devono essere messi in prigione o discriminati per i loro orientamenti - afferma p. Babu Joseph tuttavia non si può affermare che il loro sia un comportamento normale. Nei fatti l’omosessualità va contro l’ordine naturale ed ogni cosa che va contro l’ordine della natura non regge nel tempo ed avrà un impatto negativo sulla vita degli individui e della società”.
 
Il portavoce della conferenza episcopale si dice “piuttosto sorpreso dalla decisione della Corte suprema di Delhi perché in una società come quella indiana, che è molto tradizionale ed ha una alta considerazione dei valori tradizionali della famiglia, una sentenza del genere non può che sorprendere”.
 
“La Chiesa si oppone da sempre alle relazioni e ai matrimoni omosessuali - dice p. Babu - perché afferma la sacralità della famiglia e la considera il nucleo di base della società. E una famiglia è composta da un uomo ed una donna che condividono quella complementarietà della natura attraverso cui sorge una nuova generazione che sostiene una società. Questa unità di base della società chiamata famiglia non può essere violata”.
 
Per il portavoce della Cbci “gli omosessuali e chi sostiene le loro rivendicazioni vogliono affermare una nuova definizione di famiglia che a lungo termine non è sostenibile in una società. La posizione della Cbci è chiara: in primo luogo non possiamo approvare un comportamento del genere ed in secondo luogo non accettiamo che il comportamento di una piccolissima minoranza sia eretto a ‘norma sociale’. Perché questo avrà un influsso negativo sulla vita della gente e aprirà le porte a comportamenti lascivi”.
 
A chi afferma che la decisione della Corte interviene a tutela dei diritti del singolo, p. Babu risponde affermando che “la società ha tutto il diritto di prendere in considerazione gli aspetti etici e morali nella vita dell’individuo. La legalità è una cosa, ma ci sono anche altre questioni relative alla vita umana che vanno oltre la legalità e riguardano aspetti morali ed etici. È su questo che la Chiesa fonda il suo giudizio per cui considera la decisione della Corte suprema inaccettabile”.
 
Le critiche più dure alla decisione della Corte giungono da parte dei leader della comunità musulmana . Un dozzina di guide religiose hanno diffuso un documento in cui affermano che “la legislazione sull’omosessualità è un attacco ai valori religiosi e morali dell’India”. Alcune importanti associazioni islamiche, come la Jamiat Ulema-e-Hind, hanno definito la decisione della Corte suprema “un cedimento alle tendenze decadenti della cultura occidentale” che promuove “l’anarchia sessuale”. Ma insieme alle durissime reazione della comunità deobandi, che ricorda che “l’omosessualità va contro la sharia ed è proibita dall’islam”, vanno registrate anche alcune rare posizioni più moderate tra alcuni intellettuali musulmani.
 
Interpellato da AsiaNews, Asghar Ali Engineer, studioso musulmano molto noto in India per le sue battaglie a favore dei diritti umani nell’islam, afferma che “l’omosessualità è un atto sgradevole ed un peccato, ma non un crimine. Il Corano la condanna, ma non prescrive nessuna punizione. Il punto in questione non è legalizzare l’omosessualità, ma solo riconoscere che non è un crimine”.
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