08/03/2016, 07.47
CINA
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Cina, l’Anp rassicura i mercati ma l’export crolla del 20%. Lo spettro disoccupazione

di John Ai

Nella capitale è in corso l’annuale Assemblea nazionale del Popolo, e il vertice della Commissione riforme rassicura: “Nessun atterraggio brusco e nessuna ondata di disoccupazione, abbiamo tutto sotto controllo”. Ma i dati del febbraio 2016 mostrano il peggiore calo del settore dai tempi della crisi finanziaria, e il taglio della sovrapproduzione pesante porterà inevitabili scosse al mondo del lavoro.

Pechino (AsiaNews) – Le esportazioni cinesi hanno subito nel febbraio 2016 un calo pari al 20,6%: si tratta del crollo peggiore nel settore dai tempi della crisi finanziaria del 2009. Le nuove, deboli statistiche rappresentano un ennesimo problema per i dirigenti nazionali incaricati di dare un “nuovo volto” all’economia cinese e di convincere i mercati mondiali che il settore è ancora solido.

La crescita economica cinese ha registrato nel 2015 l’aumento più debole degli ultimi 25 anni, e gli analisti sono preoccupati dalla volatilità della moneta nazionale – lo yuan renminbi – e dalla fuga di capitali all’estero. Tutti questi dati non fanno ben sperare per il settore dell’occupazione, cruciale non soltanto per mantenere in attivo le casse dello Stato ma anche per tenere sotto controllo la popolazione. Se la disoccupazione dovesse aumentare, dicono gli esperti, aumenterebbero anche le proteste sociali già in crescita. Questo, a sua volta, metterebbe in pericolo il sistema statale politico basato sul Partito comunista.

Xu Shaoshi, direttore della Commissione per lo sviluppo nazionale e le riforme, è intervenuto sul tema durante una conferenza stampa ai margini dell’Assemblea nazionale del Popolo in corso a Pechino: “L’onda della disoccupazione non colpirà la Cina”. Eppure il governo centrale ha già annunciato che intende tagliare 1,8 milioni di posti di lavoro nelle industrie del carbone e dell’acciaio, per limitare la sovrapproduzione che rischia di mandare in tilt il settore.

Secondo le stime della China International Capital Corporation – una banca di investimenti – i disoccupati saliranno a 3 milioni (il 30% del totale attuale), perché verranno inclusi anche i lavoratori del cemento, del vetro e quelli impiegati nella costruzione di navi.

La Cina ritiene che la decelerazione della propria economia sia da imputare al raffreddamento dell’industria tradizionale. La produzione nazionale di acciaio e ferro rappresenta la metà dell’intera produzione mondiale e lo scorso anno, per la prima volta dal 1981, le esportazioni in questo settore sono calate. Pechino vuole eliminare nei prossimi cinque anni (ovvero entro il 2020) 150 milioni di tonnellate di acciaio e ferro, oltre a 500 milioni di tonnellate di carbone.

Nonostante questi numeri, il governo centrale insiste nel dire che “non si prevede una massiccia disoccupazione”. Xu Shaoshi ha spiegato che il terziario ha “molta capacità di assorbimento dei lavoratori” e ha aggiunto che questo “spiega come mai, nonostante l’economia sia decelerata, l’occupazione è aumentata”. In realtà, secondo i dati del China Labour Bulletin, il numero di dispute sul lavoro e di scioperi è aumentato in maniera drastica nel corso del 2015. Con la chiusura di miniere e industrie, le paghe dei lavoratori non sono state regolari: il governo centrale deve ora stanziare circa 100 miliardi di yuan per saldare i conti.

Nello stesso tempo, Pechino ha chiarito che non intende più sostenere quelle “imprese zombi” che non generano profitto: il tasso del debito nazionale ha superato il 250% del Prodotto interno lordo, molto vicino alla linea rossa tracciata dagli economisti. L’agenzia di rating Moody’s ha declassato il credito cinese, e ha spiegato che la decisione nasce dall’aumento dei debiti e dalla diminuzione della riserva di valuta straniera. Ora i mercati internazionali ritengono che l’economia nazionale possa subire un “brusco atterraggio”, anche se Xu ha chiarito che “queste predizioni sono destinate a dimostrarsi sbagliate”.

Il governo centrale ha abbassato comunque le attese per la crescita economica, fissandola “almeno” intorno al 6,5% annuo. Circa 15 milioni di giovani entreranno nel mondo del lavoro nel 2016, di cui circa 7,7 milioni di laureati. E questo, ha ammesso il ministro del Lavoro Yin Weimin, “dimostra che la pressione nei confronti del settore è abbastanza imponente”.

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